Antonella Lodi

di Giancarlo Messina

In un mondo decisamente maschile, non sono poche le donne che occupano posizioni importanti nella gestione e nel management. Fra queste certamente Antonella Lodi, Direttore Generale di Live Nation Italia, una delle più importanti agenzie di spettacolo italiane.

Ci incontriamo nel suo ufficio di produzione in tour, dove troviamo il tempo per farle qualche domanda e conoscere la sua storia professionale ed il suo punto di vista su molti aspetti dei questo mondo.

Antonella, come e quando avviene il tuo ingresso in questo ambiente?

Sono in questo settore dal 1987, quindi da ben 26 anni, grazie a Roberto De Luca, insieme al quale ho sempre lavorato. Mio padre era amico della moglie, così, quando ho finito il liceo, Roberto mi ha chiamata come centralinista nella allora “Bonne Chance”, diventata poi Milano Concerti, Clear Channel ed adesso Live Nation Italia.

Oggi hai un ruolo operativo molto importante: com’è avvenuto il passaggio dal centralino alla stanza dei bottoni?

Decisamente in maniera graduale: dal centralino ai fax all’ufficio stampa agli accrediti, poi sono diventata socia di Roberto in Milano Concerti e siamo andati avanti insieme, l’azienda è cresciuta ed io con lei, fino all’attuale ruolo di direttore generale di Live Nation Italia.

Di cosa si occupa principalmente il direttore generale di Live Nation Italia?

Di un sacco di cose, ognuna composta da un altro sacco di cose! Principalmente della gestione e del coordinamento generale dei tour e soprattutto delle loro economie, quindi della gestione dei budget, aspetto sempre molto delicato. Insomma devo far viaggiare parallelamente la produzione vera e propria con l’aspetto economico, cosa che in alcuni tour, devo dire, diventa cosa un po’ complicata, soprattutto nei grandi tour internazionali che toccano molti paesi, quando gli aspetti da considerare sono tanti e bisogna metterli tutti insieme, facendo anche un po’ da collante di tutti i vari reparti.

Una delle accuse che sento rivolgere spesso alle agenzie è quella di pagare troppo gli artisti, con la conseguenza di dover poi tagliare i costi di aziende e professionisti, magari anche a discapito della sicurezza: tu cosa ne pensi?

Che gli artisti guadagnino molto è certo, a volte può capitare di pagare anche troppo, ma mai a discapito della sicurezza. Devo anche dire che Roberto diverse volte ha lasciato perdere degli artisti che chiedevano troppo, proprio perché avevamo l’impressione che il rischio aziendale fosse troppo alto, e questo è capitato anche di recente. Che gli artisti prendano tanti soldi è una realtà, ma è anche vero che senza di loro questo lavoro non ci sarebbe nemmeno, così tutto sommato non è quello il vero problema, anche se calmierare le acque non sarebbe male. Capire e valutare il tipo di accordo che è possibile fare con un artista, quanti biglietti si venderanno, fa parte del nostro rischio di impresa, ed è una cosa a volte imprevedibile, perché non è scontato che il grosso nome assicuri un grosso successo. Anzi: a volte e lì che si rischia di più.

Su cosa vi basate? Quali sono gli indizi per prevedere il successo di un tour?

Ormai la vendita del disco non dice molto sul gradimento del pubblico, però è scontato che se un artista è fuori con un bel disco farà un bel tour, come lo scorso anno è successo con Tiziano Ferro. Più delle vendite conta quello che si sente per radio o per internet, perché se il disco si sente poco, se è fiacco, la vendita non è mai straordinaria; e questo vale anche per gli stranieri che vengono in Italia: anche quest’anno alcuni artisti che dovrebbero sulla carta fare San Siro strapieno stanno facendo un po’ più fatica del solito.

Gli artisti economicamente mirano più al tour che al disco: non rischiano di inflazionarsi?

Sì, il rischio è molto alto: un artista che è sempre in tour rischia di inflazionarsi e così può diventare difficile da gestire, anche considerato il particolare momento del mercato italiano.

Nella gestione di un tour, quali sono le voci di spesa più rilevanti e quelle su cui si può fare economia?

Io veramente cerco di fare economia su tutto! Infatti non ho una grande nomea nel giro, il mio un ruolo non porta ad essere molto amata! La voce di spesa più ingente è certamente quella relativa alle forniture di audio luci e video, anche perché le tecnologie sono ormai molto avanzate e costose. È poi ovvio che i costi aumentano anche perché noi vogliamo lavorare sempre ai massimi livelli. Ad esempio nell’ultimo tour di Eros ci siamo rivolti per alcuni aspetti tecnici ad aziende estere che ci davano garanzia di qualità ed esperienza, mentre per audio, luci e video in Italia abbiamo ottime aziende, ma è questa la strada da percorrere se si vuole ottenere un certo risultato. Poi ovviamente ci sono i vari professionisti: spesso il regista dello show o il lighting designer stranieri hanno un costo non indifferente, ma nel caso di artisti internazionali a volte non se ne può fare a meno, perché il loro apporto dà un tocco di respiro internazionale alla produzione.

Calcolando il numero di date che può fare nel nostro paese una tournée che non ha mercato internazionale, non trovi che a volte le produzioni italiane possano essere addirittura sovradimensionate?

In alcuni casi sì, se però un artista da palasport fa dalle venti date in su, con 25 o 30 date si riescono ad ammortizzare tutti i costi, invece con 12 o 14 date diventa tutto molto più difficile, perché magari si vuole comunque creare una bella produzione, ed il problema del budget diventa drammatico. È chiaro che se poi un artista non vende, cerco in corsa di tagliare un po’ di spese e trovare delle soluzioni, però non sono capace di dire ad un artista “Non stai vendendo perciò ti do la metà”.

Però sarebbe bello se si potesse dirglielo! È assurdo pensare di proporre all’artista un accordo economico proporzionale al successo del tour ed al reale guadagno? Oppure una percentuale sul ricavato, magari al netto delle spese di produzione?

No, assolutamente, non è una strada percorribile. L’artista ha sempre un minimo garantito, che semmai poi aumenta superata una certa soglia di vendite dei biglietti; se va male invece è un problema nostro. Ma questo è un sistema che non riguarda solo noi, è usato in tutto il mondo, anche gli artisti stranieri fanno così: i nostri artisti internazionali, da Madonna agli U2, hanno lo stesso tipo di accordo con Live Nation.

Com’è lavorare da donna in questo settore?

Noi donne non siamo tante, ma spesso ricopriamo ruoli importanti. Per sopravvivere in questo ambiente mi accorgo che, caratterialmente, mi devo trasformare in un uomo, cioè abbandonare il mio essere donna e la mia sensibilità per trasformarmi un po’.

Poi c’è l’aspetto legato alla vita privata: io sono madre di due figli, di 10 e di 16 anni, e conciliare la famiglia con questo lavoro non è la cosa più semplice. Ma faccio questo lavoro perché lo amo, anche se è infernale e faticoso e a volte psicologicamente e fisicamente devastante; infatti ci sono tantissime cose a cui far attenzione, e basta perderne una per rischiare di fare dei veri disastri!

Poi magari tutto è perfetto ma c’è una virgola che non funziona ed io ci rimango male lo stesso, anche se qualcuno si lamenta per un albergo non proprio secondo le sue aspettative.

Ovviamente ho da fare tutti i giorni con uomini, uno in particolare, cioè Roberto De Luca, da cui ho imparato tutto ed a cui devo tutto quello che so in questo campo. Ma anche se mi relaziono sempre con uomini, nel mio ufficio, in cui siamo circa 40 persone, per l’80% siamo donne! E, da donna, dico che se in ufficio avessi più uomini... sarei più contenta! Perché gestire gli uffici di donne non è facile, non solo perché ci sono da gestire le gravidanze ma anche perché noi donne siamo un po’ permalosette, spesso ci becchiamo l’una con l’altra... lo dico serenamente, perché è la verità! Gli uomini di solito lasciano un po’ più andare su certe cose. Però in ufficio ci vogliamo abbastanza bene, siamo anche riuscite ad organizzare fra tutte quelle in cinta una baby room. Infatti, quando io ero in cinta, c’erano altre ragazze nella stessa situazione, così abbiamo preso una stanza, che De Luca avrebbe voluto utilizzare come palestra, e ce la siamo arredata, poi abbiamo preso una babysitter e ci siamo gestite così per alcuni mesi, tornando subito al lavoro. Insomma... almeno c’è un po’ di solidarietà femminile!

Dopo gli eventi tragici dello scorso anno, quanto è diventato difficile organizzare e portare in tour una produzione grossa come quella di Eros o di altri artisti?

È tanto difficile, anche se in questo 2013 abbiamo avuto meno controlli rispetto allo scorso anno, quando eravamo nell’occhio del ciclone, anche mediatico: ad ogni data avevamo presenti l’Ispettorato del lavoro, l’ASL e tutti gli altri... con molti problemi non per le irregolarità rilevate o per paura dei controlli, ma per l’operatività, perché il tempo impiegato per i controlli stessi rallentava il lavoro. Credo che adesso tutti abbiano capito con quale serietà si lavora nel mondo dei tour, almeno in quelli di alto livello, ed i controlli ossessivi siano anche per questo un po’ diminuiti. In Europa la situazione è un po’ meno fiscale, anche se sono comunque tutti molto attenti. Per assurdo è più facile per noi andare in Europa con le nostre carte che non per gli stranieri venire qua, perché le loro documentazioni a volte in Italia non sono riconosciute.

Questo ha portato ad un aumento dei costi?

Sicuramente sì, ma non perché è aumentata la sicurezza, perché noi facciamo le cose come le facevamo prima, cioè nella massima sicurezza; quella che è aumentata è la burocrazia, come i certificatori, gli specialisti che devono timbrare più carte; dove bastava un ingegnere oggi ne servono tre! A San Siro servono sei o sette ingegneri, perché ognuno deve rilasciare un documento diverso (parte elettrica, cantiere, sicurezza su lavoro...). Per paradosso questo aumenta solo i costi e non la sicurezza reale. Ad esempio anch’io in ufficio ho dovuto assumere un legale, perché i contratti devono essere fatti in un certo modo, le ispezioni pure... quindi mi costa meno ed è più efficace avere un legale interno che cura solo le nostre cose.

Qualcosa però sta cambiando: a Milano, ad esempio, abbiamo finalmente aperto un tavolo di lavoro con l’ASL per trovare dei compromessi nell’applicazione della legge in vigore, che in alcuni aspetti per noi è impraticabile. Inoltre anche gli artisti di livello internazionale si sono attrezzati con documentazioni super specializzate fatte da ditte esterne ed arrivano da noi molto ben preparati, facilitando il lavoro.

Antonella, lasciamoci col sorriso: qualche chicca in tour?

Fra le più recenti, una delle più buffe è quella di Madonna la cui produzione girava con vari bilici. Beh... ho scoperto che uno di questi bilici, dico tutto intero, era dedicato alle... scarpe! E ad ogni data il principale problema era trovare un posto dove mettere le quelle scarpe che andavano scaricate! Ma ormai non mi stupisco più di niente! Anche i nostri artisti italiani hanno le loro bizze... ma sono molto più soft.

Tormentone finale: il sogno professionale nel cassetto?

Non saprei: ho già lavorato con tutti gli artisti che amo e amavo. Tanti anni fa, quando abbiamo iniziato, passavamo con Roberto davanti ai grandi palchi dei grandi artisti e dicevamo che non saremmo mai arrivati a quei livelli... invece oggi ci ritroviamo ad aver lavorato davvero con tutti!

Adesso il mio preferito è Peter Gabriel, che arriva da noi in ottobre, mentre i miei numeri due, cioè Depeche Mode, arrivano a luglio... quindi come sogni professionali sono a posto! Magari il vero sogno è un po’ di pausa!

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