Sulla Strada

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di Stefano Cantadori

Lupetto

Al Nord (forse)

La ditta ci disse che lo spettacolo era a Fiorenzuola – trenta chilometri da casa. Alle undici e trenta eravamo sul posto, con il nostro furgone Saviem blu. In città non c’era un cartellone a pagarlo, in piazza non c’era nessun palco. Ci infilammo in un bar e chiamammo in ditta, ma erano a pranzo. Consultammo le pagine locali della Gazzetta di Parma ma nessuno spettacolo era annunciato a Fiorenzuola e paesi limitrofi. Chiedemmo in giro, ma niente.
A quei tempi non ci davano l’indirizzo esatto. L’agenzia comunicava alla ditta solo il nome del paese o della città: gli spettacoli d’estate erano sempre all’aperto e stava alla nostra capacità investigativa di trovare il posto. Alle quattordici e trenta, dal telefono della pizzeria, eravamo in contatto con la ditta ma ne sapevano meno di noi. Ci accordammo di chiamare ogni quarto d’ora, nel caso l’agenzia si fosse fatta viva. A Remo, persona geniale e di grande competenza geografica, venne il sospetto che il gruppo fosse diretto a Firenzuola, Toscana. Decidemmo di imboccare l’autostrada, superare Parma e dirigerci verso l’imolese. Telefonavamo da ogni autogrill, che non erano poi molti, e finalmente arrivò la conferma: proprio Firenzuola. Scalammo quelle colline con tutta la potenza che il nostro motore ci metteva a disposizione e la grande perizia di Remo alla guida. Remo dipingeva, dipinge ancora. Ragazzo di grande cultura, conoscitore dei materiali più esotici: con una pinza e un cacciavite, avrebbe saputo convertire una sputacchiera in un giradischi con braccio a movimento tangenziale.
Ad ogni curva speravamo di veder spuntare il centro abitato, ma non arrivava mai. Il cielo coperto si era ormai scatenato e una pioggia battente diminuiva la visibilità. Tutto sommato, avevamo avuto fortuna: le condizioni meteo erano tali che lo spettacolo non avrebbe potuto svolgersi. Alle diciannove e trenta trovammo il palco e con la faccia di bronzo che ci contraddistingueva aprimmo il cassone pronti a scaricare. Finalmente qualcuno si fece vivo. Arrivò anche uno dei musicisti e, miracolo, uno dei due titolari dell’agenzia, che si vedevano così raramente agli spettacoli che la Primula Rossa sarebbe stata più reperibile. Un po’ per la speranza di non perdere la paga della giornata, un po’ per divertirci, vaticinammo previsioni meteo in miglioramento e ci dichiarammo pronti a montare. Naturalmente lo spettacolo fu rimandato, “forse” al giorno dopo. Per usare un’espressione tipica del tempo “non volevamo stare sulle spese” e comunque non ricevemmo alcun invito a cena quindi girammo il camion e tornammo a casa in attesa di notizie. Lo spettacolo fu messo in coda alla tournée, ma in realtà quella data non fu mai recuperata.
Oggi so che a Firenzuola avremmo potuto mangiare una fiorentina spettacolare ma noi coi nostri vent’anni (forse meno) non sapevamo ancora cosa diavolo fosse una fiorentina.
Non c’è una morale per questa piccola storia: ordinaria amministrazione per due giovani tecnici di buona stazza che si affacciavano alla vita e che erano in grado di fare il lavoro di tre, come quella volta che recuperammo, Remo ed io, 12 km di cavi all’autodromo di Modena. Ma questa è un’altra storia, di cui mi piace ricordare le due pizze giganti – a testa – con sopra di tutto, che ci spazzolammo a tempo di record a mezzogiorno: uno dei pranzi di cui ho più goduto nella mia vita.

Nel Nord Est

Di questo spettacolo non ricordo nulla. Ricordo che dopo il concerto fummo tutti invitati a casa di un ricco che, evidentemente, voleva appendersi al petto la patacca di ospite di artisti. Era una villa splendida, moderna, con il tratto di un bravo architetto e con un giardino immenso tutto illuminato. Noi tecnici – tre come di prammatica – arrivammo dopo perché dovevamo smontare e caricare il camion. Per noi, non ammessi al tempio, non ci fu nulla da mangiare. Non ci consentirono nemmeno di entrare in casa, dove prima erano disposte le libagioni, in cerca di avanzi. Gran bell’invito del cazzo! Come sempre, ci rendemmo conto di non contare una fava, neanche per quel minimo di rispetto in teoria dovuto ad ogni lavoratore. Non eravamo nelle note di nessuno. Della casa dei ricchi vedemmo solo il sontuoso giardino, dove si aggiravano fighe imperiali, vestite come sulle riviste, che ovviamente non ci degnavano di uno sguardo e, anzi, badavano bene di guardare altrove. Eppure noi tre, sporchi brutti e cattivi, ci sentivamo più intelligenti di gran parte dei presenti, a sentire con la coda dell’orecchio il tenore di certe conversazioni. Se non fosse per gli ormoni, che a quell’età turbinavano come elettroni intorno agli atomi, la cosa non ci avrebbe fatto effetto. Quello che veramente ci faceva girare i coglioni era che nel raggio di trenta chilometri, per noi, non c’era niente da mangiare.
Da quando sono diventato grande, tutte le volte che incontro un tecnico, la prima cosa che faccio è invitarlo a mangiare, e lo porto nel miglior posto che riesco a trovare in zona. E se sono in dieci, li porto tutti e dieci.

Al Sud

Il concerto si sarebbe tenuto laggiù, quasi dove finiva l’Italia.
Ci arrivammo di prima mattina ma il paese era deserto. Avevamo l’impressione che qualcuno dalle case ci guardasse attraverso gli scuri. In piazza, neanche un’anima, niente palcoscenico, ma il posto era proprio quello. C’era un bar aperto in una strada laterale prospiciente la piazza, nel quale c’era presenza umana. Spiegammo che eravamo dello spettacolo e chiedemmo dov’era il palco perché dovevamo montare gli strumenti. C’erano evidenti problemi di comunicazione, i nostri due dialetti non si sposavano e allora mi venne il colpo di genio: diciamo che siamo della Davoli; la Davoli la conoscono tutti. Ci fu un breve ma concitato conciliabolo fra i locali e tutti entrarono in azione. Mi sentii orgoglioso della mia trovata, sennonché dal bar uscirono una serie di individui con dei tavoli sulla testa con l’evidente intenzione di costruirci un palcoscenico. Spiegammo che non era il caso, ma che un palcoscenico era comunque necessario e che servivano almeno delle assi di legno sopraelevate per consentire ai musicisti di suonare isolati da terra. Degli organizzatori dello spettacolo non c’era traccia. A mezzogiorno, continuava ad essere tutto chiuso, strade deserte, di palcoscenici neanche l’ombra. Ci avventurammo col furgone fuori dal paese per cercare da mangiare, ma anche quella volta non avemmo fortuna. Cercammo il campo sportivo per vedere se lo spettacolo era lì, esplorammo i centri abitati del circondario, poche case, per non fare la fine di Fiorenzuola/Firenzuola. Nulla. Tornammo in paese. Verso le quattro trovammo qualcuno e un simulacro di palcoscenico con tubi Innocenti e assi da muratore. Non ce n’erano abbastanza, non potevano essere fissate e il palcoscenico era pericoloso e pieno di voragini. Capimmo che c’erano due fazioni, alla Peppone e Don Camillo, il che spiegava la serrata degli esercizi pubblici e degli scuri delle case. Quella che organizzava lo spettacolo non era né la più potente né la più numerosa: eravamo ospiti della locale Festa dell’Unità. Arrivò il gruppo ma non c’era ancora la corrente. Fu prelevata in casa di una signora con trenta metri di piattina bianca fase, neutro e, addirittura, la terra. Non potevamo ritirarci. Quel concerto era uno di quelli che facevamo gratis per aiutare il gruppo a pagare i propri debiti. Montammo il minimo indispensabile, per non correre il rischio di far fare a quella piattina la fine di una miccia. Saltare la cena era normale, quindi non ce ne facemmo un cruccio.
A metà concerto successe un tafferuglio: salì sul palco uno dell’organizzazione per tenere un comizio. Qualcuno fra il pubblico era di opinione politica diversa, più “a sinistra”, e il gruppo, democratico, voleva invitarlo sul palco a dire la sua. Ne venne fuori una gamba: gli animi si tesero, volarono parole e Mongo, uomo fedele all’organizzazione, anche se non padrone di tutte le sue lune, fendette la folla senza che riuscissero a trattenerlo, dirigendosi verso il palco. Il bassista decise di preparare la propria difesa agitando fieramente lo strumento sulla propria testa. Io assistevo attonito a quella incredibile situazione. Alla fine dello spettacolo il leader politico del gruppo mi disse: Canarino, seguimi, tu che sei grosso. Entrammo in un basso stanzone e il leader maximo mi ordinò: siediti lì in fondo. Assistetti al litigio dove le parti agitavano tessere del partito per vedere chi l’aveva più vecchia. Il gruppo non incassò una lira, motivazione ufficiale: si erano rifiutati di suonare Bandiera Rossa. A discolpa, il gruppo addiceva che Bandiera Rossa non era nel loro repertorio. Il che, tutto sommato, mi parve ragione valida e sufficiente.
Ci allontanammo dal paese scortati dai Carabinieri e da Autonomia Operaia. Io non lo seppi subito, noi tecnici agivamo tranquilli e sereni: ce lo raccontarono anni dopo. Ancora oggi ne sorrido. Gli unici ad avere qualche lira in tasca eravamo noi. Conferimmo il grosso del nostro patrimonio per mettere benzina nella vecchia e scassata Mini Minor del bassista, equipaggiata con un vetusto motore che mangiava più di un curato di campagna. Altri del gruppo andarono in treno facendosi fare il verbale poiché non potevano comperare il biglietto. A noi tecnici rimasero, calcolati, i soldi del gasolio ma non per mangiare. In realtà, barammo un po’: verso le sei del mattino, quando raggiungemmo l’autostrada, al primo Autogrill divorammo l’intero contenuto dell’espositore dei Buondì Motta e due bicchieroni da birra colmi di latte macchiato, freddo come piaceva a noi. A quel tempo in autostrada non c’erano brioche fresche e paninazzi, solo merendine col goldone, come dicevamo allora. Ah, e scatole da mezzo chilo di noccioline americane. Ma anche questa è un’altra storia.
Arrivammo a Roma il giorno dopo alle 17. Alcuni componenti del gruppo e Anna, che si prestava a fare da organizzazione, ci aspettavano in una pittoresca latteria con ampio balcone all’aperto ed uso di cucina, l’Italia di allora cercava di arrangiarsi come meglio poteva. Ci scofanammo un catino di pasta all’Amatriciana nel sole di quel pomeriggio, con il Ponentino a rendere l’aria dolce.
Raccogliemmo i soldi per il ritorno ed alle sette di sera, finalmente rifocillati, ripartimmo per gli ultimi 580 km che ci avrebbero riportati a casa.

Qualche considerazione si può fare

Sono sicuro che qualche campana vi è suonata in testa, leggendo di queste esperienze.
In questi tre racconti non c’è alcuna intenzione di assegnare geograficamente meriti o demeriti. C’è l’incapacità organizzativa propria del tempo, in cui si passava dalle balere delimitate da un cannicciato dei nostri padri e nonni agli spettacoli di piazza in un’atmosfera politica tesa e complessa.
C’è la realtà delle paghe inadeguate e del lavoro effimero. C’è la disuguaglianza espressa in tutta la nazione. C’è la mancanza di rispetto per il lavoro.

Era il germe dell’Italia di oggi.

 

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