Indipendenti Dentro

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 di Stefano Lentini

Preludio

Non mi sono mai piaciuti gli articoli post-mortem dove i giornalisti, gli amici, o i sedicenti tali, si dilungano in racconti estetizzanti e creano una mitologia dell’artista assente raccontando l’eroismo e il narcisismo dell’io-c’ero. Non mi sono mai piaciuti gli addii da settimanale d’arte e cultura, le memorie a cascata d’angelo dei columnist musicali, le biografie postume da ricerca su Wikipedia, i commiati a sfondo artistico.
Ho sempre provato un leggero disagio nel leggere momenti di vita privata che in nessuna altra circostanza potrebbero essere raccontati, nel leggere di aspetti fuori dalla musica, fuori da quello che ogni artista lascia sapere di sé.

Intermezzo

Eppure la notizia della scomparsa di John Renbourn mi obbliga a condividere una sensazione con i miei lettori perché John è un pezzo della mia indipendenza e di quella di cui mi piace parlare e discutere su queste pagine. Chi è John Renbourn: un chitarrista brillante e innovativo che ha conosciuto una grande fama nell’epoca del cosiddetto revival folk con i suoi Pentangle e che negli anni successivi ha continuato a suonare nelle bettole di tutta Europa sempre con il sorriso, con lo stupore del menestrello e la dedizione di chi sa rispettare e onorare il miracolo della sua esistenza. Per me tutto è cominciato attorno al 1988, quando a quattordici anni dopo aver assistito ad un concerto di Stefan Grossman, scopro il suo più “medievale” compagno Renbourn. Per me è stato amore, un amore che ha trasformato la mia chitarra in un essere che avrebbe potuto avere solo corde in metallo ed essere suonata solo con la tecnica del fingerpicking, mescolando blues, new age, medioevo, rinascimento e musica popolare. A quell’epoca risale il mio primo autografo, con tanto di stella a cinque punte, il simbolo della sua band oramai sciolta alla quale credo fosse davvero molto legato.
Ho seguito John nei suoi concerti romani al Folkstudio ogni anno, fino al 1994, anno in cui grazie a qualche amico in comune ci siamo ritrovati a passare una bella serata al Green Rose di Passeggiata di Ripetta, tra canzoni, birra e una nuvola di fumo pazzesca: si fumava nei locali all’epoca. Io quella sera ho avuto l’onore di suonare per la prima volta la sua chitarra, una Franklin – una chitarra che ha influenzato per anni la mia direzione musicale. Io come migliaia di altri chitarristi nel mondo devo a John qualcosa di speciale, qualcosa che lui ha dato a me con i suoi brani, le sue reinterpretazioni, le sue canzoni stonate ma profonde più del mare, la sua trance musicale. Poi da allora la nostra conoscenza si è fatta un po’ più approfondita fino ad arrivare all’ultimo incontro l’anno scorso, finito a bere Bordeaux nel silenzio di una notte estiva toscana e a chiacchierare di un futuro progetto insieme. Non so bene come, ma John mi disse quella volta la cosa forse più bella che potessi immaginare: il mio album Stabat Mater l’aveva ispirato e mi ringraziava. Cosa? Lui ringraziava me per la musica? Non si poteva sentire, John! Ma che dici sono io che ti devo tutto per i tuoi ottocento meravigliosi dischi che ci hai donato! Poi ho capito... era ubriaco.
John per me è uno dei pochi sulla faccia della terra ad essere riuscito a mantenere nei decenni l’onestà del novizio talentuoso. Tra il primo e l’ultimo disco passa un universo di storia eppure ci trovi la verità non corrotta della musica come espressione di sé, non come mero prodotto discografico, senza quella deturpazione che segue il successo, quella forma di arroganza che diventa forma senza sostanza, noia, assenza di idee ed esecuzioni impeccabili.
Non è la coerenza di perseguire un genere. È la lealtà verso se stessi, la capacità di continuare a restare critici senza prendersi sul serio grazie agli occhi degli altri. I fan sarebbero disposti ad applaudire anche un semplice respiro eppure alcuni, pochi, riescono a non perdersi negli occhi degli altri, a cercarsi dentro e ad offrirsi fuori solo a patto di avere cose da dire.
Ecco perché Indipendenti Dentro deve tanto a John, deve la forma del suo archetipo.
Non sono molti i musicisti che durante tutta la loro produzione non hanno mai ceduto al meccanismo della piacioneria da star. Niente cappelli speciali, occhiali a specchio, pose interessanti, canzoni che rigurgitano idee passate ma col potenziale di vendere ancora. Io ho la mia lista segreta, sono pochi, sono maestri nella musica ma non solo, ti sanno insegnare che essere te stesso significa salvarti, salvare la musica, salvare l’espressività, salvare l’arte. Viva John!

Finale

Una piccola discografia, arbitraria e incompleta, solo per iniziare:

1-sirJohnAlotOf 

Sir John Alot Of (1968)
Viaggio intenso e magico tra medioevo e blues, un’affinità inattesa.


2-ThePentangle

The Pentangle (1968)
Sitar, blues, batteria, una formazione quasi jazz che fonda in modo geniale generi diversi creandone uno nuovo, è il revival folk, ma con i Pentangle diventa qualcos’altro ancora. Con Jacqui McShee (voce), Bert Jansch (chitarra), Danny Thompson (contrabbasso) e Terry Cox (batteria).


3-theladyandtheunicorn

The Lady and the Unicorn (1969)
Medioevo e Rinascimento in forma di fingerpi- cking, l’inizio di un’epoca.


4-theblackbaloon

The Black Balloon (1979)
Un album per sola chitarra, qui John unisce la precisione del timing con uno swing creando una terza dimensione. Non saprei dove altro trovarla, forse nelle più belle esecuzioni pianistiche di Chopin, quando il rubato diventa un universo a sé.


6-thethreekingdoms

The Three Kingdoms (1986)
È un duo con l’americano Stefan Grossman, di grande solidità, poesia.


5-TheNineMaidens

The Nine Maidens (1985)
Questo è l’inizio di un linguaggio nuovo ancora da esplorare. La chitarra acustica che pur man- tenendo tutta la dolcezza che può offrire, sfiora territori più sperimentali.


7-palermosnow

Palermo Snow (2011)
È l’ultimo album di John, uscito nel 2011. Quattro anni fa l’avevo recensito così: Il bello di John Renbourn è che è vero. Ogni cosa che fa, un concerto, un album, un wor- kshop, un video, c’è sempre un gran senso di onestà e genuinità che pervade le sue espres- sioni. La sua musica, anche quando è virtuo- sa, è lontana anni luce dal tecnicismo scabro, ogni nota è necessaria. Questo disco sembra un omaggio alla sua dimensione live, dove il chitarrista inglese offre al pubblico un mondo musicale sospeso che non era mai finito dentro a un disco, in più c’è un’attitudine a metà tra un blues primordiale e un’orchestrazione rinasci- mentale. I clarinetti di Dick Lee accompagnano come un’ancia barocca le circonvoluzioni melo- diche eleganti e rilassate delle sue melodie: un veterano che non invecchia. Cosa rara.

 

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