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di Stefano Lentini

Ho appena compiuto quaranta anni e questo mi pone di fronte ad un problema politico. Una questione di ordine sociale che investe una generazione di nati negli anni Settanta. Dopo quelli del boom economico, quelli del Sessantotto, quelli della guerra fredda, ci siamo noi: quelli del muro di Berlino e dei Nirvana, di Jovanotti e di Non è la Rai. Mi spiego. Oggi, mi guardo intorno e nei posti di lavoro, negli uffici di amministrazione, nelle scuole, negli studi di registrazione, negli ospedali e nei negozi ci sono i miei compagni di classe, i miei amici d’infanzia, i miei colleghi dell’università. Tutti quelli che frequentavo, che sfioravo, con cui condividevo le mie cose da ventenne oggi sono l’idraulico, il vicino di casa, il direttore d’orchestra e la cassiera, l’attore e l’autista, il presidente del consiglio e l’assessore. Oggi non ci sono più i “grandi” oltre la cortina dei banchi di scuola, e dopo aver compiuto chi pubblicamente, chi segretamente, tutti i rituali di passaggio verso l’età adulta, oggi i grandi siamo noi, io e i miei compagni di scuola, padri e madri di famiglia, preti, giornalisti, operai. Questo non vuole significare essere più o meno importanti, centrali o marginali nella società. Se ha un senso creare dei gruppi di età nella nostra società - sempre che esista una sola società – questo discorso serve solo a potersi concentrare su un fatto. A vent’anni rifiutavo la categoria “giovane” perché mi sentivo diverso dai miei coetanei e mi rendo conto che avevo ragione, che quella categoria, come tutte le categorie antropologiche, non è che una forma verbale del potere politico. Non necessariamente negativo, dipende da come viene usata.
Anche oggi mi sento diverso da tanti adulti, com’è giusto che ciascuno di noi si senta, eppure non posso rifiutare la categoria “adulto” per una semplice ragione: il ruolo che riveste questa categoria nelle città, nelle campagne, per strada, sul lavoro, nella politica. Eccoli, di nuovo, i miei compagni di classe che appaiono quando chiamo l’elettricista, quando vado dal medico, quando compro il giornale. Eccoci a svolgere tutti i ruoli dentro questa società: i lavori. Il famoso lavoro che vuoi fare da grande.
L’articolo primo della nostra Costituzione lo afferma: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. È una visione materialistica della vita? È utilitarismo mascherato? No, è la traslazione su un piano simbolico di una delle funzioni primarie della sopravvivenza e del rigoglio dell’essere umano. Anche la tribù di cacciatori-raccoglitori si fonda su una forma di lavoro quotidiano, di attività volta al procacciamento dei beni primari. Certo non sarebbe sbagliato dire: “una Repubblica fondata sulle donne”, perché senza la gravidanza non ci sarebbe vita. O “una Repubblica fondata sugli uomini” perché senza seme non ci sarebbe ugualmente. O “una Repubblica fondata sui bambini”: idem. Non possiamo trovare nessun elemento che domini sugli altri. Non è possibile; arriveremmo a Dio, alle galassie, al mistero della vita. Insomma: nessuno sa, non siamo abilitati a spiegare ma solo a sentire.
Eppure in questa società il lavoro è stato identificato come forza motrice, diritto e dovere, compito e facoltà. Non sarebbe male se questo diritto-dovere fosse letto con un maggiore senso di sacralità, se il lavoro di ciascuno fosse riconosciuto e rispettato. Sono i lavori più umili a reggere il mondo; sono la struttura profonda.
Siamo stati educati a credere che i problemi siano di ordine politico o economico. Se è un problema politico, è colpa dei politici. Se è un problema economico, è colpa delle banche. Invece se abbandoniamo per un momento queste macrocategorie non abbiamo davanti che uomini e donne. Nient’altro.
Se c’è corruzione, immoralità, faciloneria, indolenza, imprudenza, sono i miei compagni di classe i colpevoli e nessun altro. È un’emergenza culturale, non politica, non economica. Una cultura diffusa fatta male, costruita su strutture molli, vaghe, confuse.
Nella zona in cui vivo c’era chi usava un vecchio pozzo in disuso come fossa biologica, inquinando tutta la falda che fornisce acqua per chilometri di abitazioni. Altri sotterrano l’Eternit (i pannelli di amianto utilizzati fino agli anni Novanta come tettoie) perché lo smaltimento è troppo costoso ma anche perché in fondo sotto terra non fa male a nessuno. Accadono intorno a noi ogni giorno decine di cose incredibili per ignoranza e arroganza, come il mio vicino di viaggio di treno su cui mi trovo in questo momento mentre scrivo, che si rifiuta di alzarsi dal posto su cui siede pur essendo senza biglietto e sottraendo il posto ad un altro passeggero. Due miei coetanei, due uomini adulti. Due miei ex-compagni di scuola…
Negli anni Cinquanta e Sessanta la politica italiana aveva a cuore un problema tra gli altri: l’alfabetizzazione degli italiani. Erano milioni gli italiani, gente delle zone rurali soprattutto, che non era andata a scuola e non sapeva scrivere, neppure firmare. Anche la televisione era impegnata in questa lotta all’analfabetismo: pensiamo al maestro Manzi, a quanto la sua figura fosse rivoluzionaria all’epoca (anche oggi lo sarebbe, purtroppo).
Nel 2014 invece il problema dell’alfabetizzazione pare risolto ma esiste un altro analfabetismo diffuso, quello culturale. Un problema trasversale che non ha a che fare con la qualità degli studi, con il QI o gli stage all’estero. Non ha a che fare con la data del Congresso di Vienna o con la lettura della Critica della Ragion Pura di Kant. È la cultura dell’uomo, è il rispetto, è il sorriso. Un problema di sentimento, di solidità, di responsabilità.
Ok, lo sapevamo. È uno dei moventi dell’emersione nervosa e dirompente della politica dal web al parlamento. Eppure non credo che ci occorra la rivolta, ogni testa vuole tagliare un’altra testa. Ma cosa fare per migliorare la consapevolezza, il sentimento, la solidità e la serietà dei figli dei nostri compagni di classe? Stiamo facendo qualcosa? Ce ne stiamo occupando? Come contrastare una sottocultura italiana fatta di cronaca nera e Le Iene? Una scuola migliore? Scuola di cosa? Di elenco di eventi storici? Di algebra?
Io, non ne ho davvero idea. Passo la parola ai miei compagni di classe che oggi si occupano per professione di risolvere i problemi della nostra società. Non scarico il barile, passo la parola. E curioso, speranzoso e avido di soluzioni illuminate, attendo una risposta.
L’ho letto su un muro di un’azienda agricola vicino Roma, citato come un proverbio degli indiani Navajo, forse vero, forse falso, forse mal tradotto e manipolato. Il senso tuttavia ha un potere illuminante enorme, come tutte le illuminazioni è stravolgente. Recita: “Non abbiamo ereditato la terra dai nostri padri. L’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”.

 

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