Giorgio Molinari

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molinari 2di Alfio Morelli

“Ingegneria per l’industria e lo spettacolo”, si legge sotto il brand di Molpass, azienda di cui Giorgio Molinari è titolare. Un pay off che sintetizza in qualche modo anche la storia del suo fondatore. Siamo andati a trovarlo a San Giovanni in Persiceto, vicino Bologna, nel suo ufficio. Abbiamo ripercorso insieme la sua storia imprenditoriale, che poi è anche la storia di un settore, quello delle apparecchiature tecniche per lo spettacolo, nato e cresciuto quasi dal nulla negli anni ‘80.

Giorgio, come sei entrato in questo settore?
In maniera molto casuale: una compagnia di dilettanti stava cercando un attore e, visto che passavo sotto il portico dove aveva sede il loro teatro, mi ingaggiarono per una commedia. Come attore ero un vero disastro, ma mi accorsi velocemente che il teatrino aveva dei proiettori Strand che bisognava mettere a posto. Così iniziai a dedicarmi alle luci, pur non conoscendo niente, visto che il mio mestiere era allora il collaudatore di flipper!

Nel senso che passavi tutto il giorno al bar a giocare a flipper?
Assolutamente no, non è una battuta. Lavoravo nella fabbrica di flipper Zaccaria, che impiegava ben 250 dipendenti e otto collaudatori, un lavoro piuttosto duro e complesso: io collaudavo otto flipper al giorno che partivano per tutte le nazioni del mondo.

Come andò l’avventura col teatro?
Dopo lo spettacolo, con i ragazzi della compagnia decidemmo di organizzare una ripresa video in Piazza Malpighi a Crevalcore e, per l’occasione, andai a noleggiare dei proiettori, ma in breve tempo capii che non era affatto facile trovarli. Trovai una ditta, chiamata Tecni Italia, di un certo Primo Migliori, che noleggiava fari teatrali! Noleggiai sette o otto proiettori antiquati e mi resi conto che esisteva un vuoto in questo mercato.

Da lì a creare un’azienda non è proprio una cosa immediata...
Esposi la mia idea ad una mia carissima amica, Rita Lamberti, oggi Direttore Generale di Molpass, la quale mi consigliò di andare alla camera di commercio di Bologna per fare un’indagine di mercato – siamo intorno al 1980/82 – per capire chi fossero le aziende per il noleggio di impianti scenici. Risultato: non c’era praticamente niente. Così io e il mio collega collaudatore, Marco Nanetti, decidemmo di dimetterci da Zaccaria e di dar vita ad un’impresa, chiamata Illuminotecnica. Iniziammo facendo manutenzione al mattino agli impianti elettrici delle aziende del gruppo La Perla e, nel pomeriggio, ad avviare il negozio di noleggio di luci per lo spettacolo. Poco dopo andammo in banca e ottenemmo un prestito personale di ben cinque milioni di vecchie lire a testa, per poter acquistare da Carlo Rodella, della Coemar, i primi dieci proiettori piano-convessi.

Ai tempi avevamo affittato un seminterrato da una signora, vicino a casa di Nanetti, ma poco dopo ci trasferimmo in centro a Bologna, in un locale di 16 metri quadrati. Allora avevamo i proiettori, i primi mixer luci Fly, e delle prolunghe; poi uscirono i primi mini-sagomatori, che acquistammo. Per fortuna Bologna aveva già una fiorente attività teatrale: c’era Paolo Scotti, con cui diventammo grandi amici, c’era il regista Roberto Cimetta, ed altri. Con loro abbiamo iniziato il nostro viaggio nel mondo dello spettacolo e, in maniera quasi inattesa, siamo arrivati a lavorare per il Festival di Polverigi, vetrina allora molto importante. Mentre ero al festival come spettatore si bruciò un mixer luci, e Paolo mi chiese di andare a Bologna a prendere una mia console per far andare avanti lo spettacolo. Da lì ebbi una proposta per una tournée con i People Show, che terminò a Sciacca, in Sicilia, dove arrivai con una Simca Canguro usata!

Quando avvenne l’estensione all’audio?
Quando decidemmo di fare anche attività di service vero e proprio, acquistammo delle Bose 802. La concorrenza a Bologna era davvero minima, c’era solo Radio Sata, che però aveva solo audio, così iniziammo subito a lavorare piuttosto bene. Successivamente ci spostammo in una sede più grande fino ad arrivare in via Quirino Di Marzio, dove saremmo rimasti a lungo. Nel 1983 il mio socio Nanetti decise di abbandonare l’azienda per motivi personali ed io chiamai con me Tiziano, con cui il sodalizio durerà fino al ‘93. All’epoca avevamo una dotazione con molto materiale e un deposito di oltre 1000 m2.

In quel periodo iniziaste anche a fare gli importatori?
Lavorando al Festival di Polverigi mi resi conto che il materiale al seguito delle compagnie straniere era molto più professionale del nostro, perché ciò che il mercato italiano produceva era valido solo per le discoteche. Quando mi capitò in mano un proiettore Robert Juliat rimasi incantato: faceva il triplo di luce rispetto ai Coemar Vedette o ai sagomatori Spotlight (che erano un disastro dal punto di vista della dispersione del calore). Così presi un aereo e andai al SIEL di Parigi, dove conclusi un accordo commerciale di distribuzione esclusiva con Robert Juliat e con Stacco, azienda francese che costruiva americane in alluminio e che aveva una visione futuristica del montaggio delle torri e dei ring. Iniziammo quindi a importare questi marchi, mangiando pane e cipolla! I prodotti Juliat avevano prezzi esorbitanti per il nostro mercato, ma una qualità molto alta, al punto che per poter far conoscere questi prodotti decidemmo di cominciare dandoli a noleggio. L’intuizione fu corretta, infatti Robert Juliat divenne leader del mercato nonostante costasse il doppio di Coemar, ma anche la metà di Niethammer.

Poi avvenne quel fattaccio...
Sì, purtroppo ci fu un incidente di percorso di non poco conto: un’impiegata mise le mani nella marmellata, attingendo dal nostro contante e soprattutto scambiando assegni con firme false per cifre improbabili! La conseguenza fu che l’azienda andò in liquidazione e in quell’occasione io e il mio socio ci separammo.

Così il ‘94 è un anno di svolta: nasce mio figlio, io sono senza azienda, ma brevetto la canalina passacavi.

Parlaci di questo importante brevetto: come arriva l’idea?
Nacque per caso, una mattina, con il concerto degli U2 a Bologna. Io mi ero rimesso a studiare per dare l’esame di abilitazione alla libera professione di perito industriale e facevo il praticante presso lo studio Pagani, il più importante della città, specializzato in collaudi. Quella mattina la Prefettura doveva dare l’agibilità per il concerto. Pagani non c’era. L’organizzatrice mi disse che eravamo attesi dal Prefetto in persona e che dovevo andare anch’io, perché l’altro responsabile, un ingegnere strutturale, non era disponibile. Così vengo “caricato” in un taxi e portato in Prefettura, dove trovo la segretaria del Prefetto dell’ufficio spettacolo che ci fa sedere fuori dall’ufficio. Ci venne comunicato che io e l’organizzatrice del concerto saremmo entrati a parlare col Prefetto. Entrati nel suo ufficio, gli facemmo vedere il progetto. Il Prefetto ci fece notare che c’erano quattro torri sul parterre dello stadio Dall’Ara, circondate dal pubblico, con cavi che passavano fra le persone. Risposi che erano presenti delle canaline, ma il Prefetto e il vice Prefetto mi spiegarono e mi disegnarono su un foglio della Prefettura come avrebbero dovuto essere queste canaline per essere a norma, secondo loro, rappresentandomi un trapezio e una cunetta: “Sono fatte così?” – mi chiesero. Io risposi di sì, mentendo spudoratamente, perché erano le canaline di Radio Sata, del tutto non idonee per via del loro spazio di contenimento. Alla fine rientrai allo stadio con questo “sì” della Prefettura strappato coi denti. Da lì, nella mia testa maturò l’idea di creare una canalina passacavi davvero efficiente e a norma. Noi emiliani abbiamo la fortuna di essere circondati da gente che produce, così iniziai a parlare di questa idea con un amico che produceva stampi e un altro che tagliava lamiere. Fortuna volle che mi imbattei nel padre del poliuretano! Una vera illuminazione, perché tutte le prove in alluminio si deformavano e si rovinavano, proprio come quelle di Radio Sata. Mi feci spiegare cos’è un prodotto in materiale semirigido e le sue potenzialità: feci quindi costruire lo stampo e il macchinario necessario e, nel giro di un anno e mezzo, arrivammo alla fine di questo percorso. Nel ‘94 depositai il brevetto, ottenendo anche il certificato di reazione al fuoco in Classe 1 dai Vigili del Fuoco.

Quando si arriva a Molpass?
Della mia vecchia azienda in liquidazione, la parte che si occupava di noleggio era andata al mio socio Tiziano che aveva aperto Illuminoservice, mentre io avevo tenuto la parte commerciale e la distribuzione dei prodotti. La canalina ovviamente era rimasta con me. Nel frattempo mi ero iscritto all’Albo dei Periti per svolgere la libera professione. Così decido di aprire uno studio tecnico a San Giovanni in Persiceto, chiedendo a Massimo Pasini, detto ‘Pas’, un mio fidato collaboratore, di entrare in società con me, per gestire la distribuzione di prodotti e della canalina; io nel frattempo mi davo alla progettazione illuminotecnica per palestre, scuole, strade ecc... un’esperienza molto formativa ed importantissima. Eravamo nel ‘94-’95: era nata Molpass. (Molinari-Pasini-Spettacolo).

Da allora è stato un crescendo...
Cominciammo ad allargare il paniere dei marchi distribuiti: avevamo fari, paranchi, sistemi acustici e americane; mancavano i motor controller, mancava una console luci e non c’era il settore video. Per poter pilotare i paranchi progettammo i motor controller MO-CO mentre, per quanto riguarda le console, prendemmo in distribuzione il marchio MA Lighting e poi Coolux. Intanto pensavo agli sviluppi futuri: quando uscì la legge secondo la quale l’esperienza professionale poteva contare come qualche credito formativo per l’università, mi iscrissi al corso di laurea in Ingegneria e lo terminai discutendo una tesi in Ingegneria Industriale (materia che ingloba la parte elettrica, elettronica e meccanica), prendendo il massimo dei voti con il progetto del MiMuovo, un sistema automatizzato di poltrone a scomparsa, da installare nei teatri, che in seguito ho brevettato. Non a caso Molpass si stava sempre più trasformando da azienda di distribuzione in azienda certificata per l’installazione di impianti finiti, anche perché i nostri brand di fascia alta erano spesso poco appetibili per le aziende appaltatrici: dovevamo essere noi ad aggiudicarci direttamente gli appalti, per poter fornire i nostri prodotti; per questa attività, l’iscrizione all’Ordine degli Ingegneri fa la differenza.

Oltre all’innalzamento della qualità, come hai visto cambiare il mercato in questi ultimi anni?
È molto cambiato, come, del resto, quasi tutti i settori professionali. Un tempo, ad esempio, la figura dell’ingegnere era una sola, e progettava tutto. Oggi ci sono almeno una ventina di specializzazioni, suddivise in tre settori: civile, industriale e dell’informazione. La stessa cosa è successa nel nostro mondo: il factotum di una volta oggi è impensabile. Il creativo difficilmente è anche un tecnico informatico in grado di programmare uno show, perché deve avere una formazione più umanistica che tecnica. Il tecnico luci tradizionale, che ha avuto un percorso da autodidatta, si è inventato un mestiere, ma non può fare il lighting designer.

Come vedi il rapporto coi tuoi clienti “service”?
Dopo la grande crisi iniziata nel 2011, le aziende come la mia che vendono ai service non hanno un futuro chiaro: le frontiere sono aperte, quindi è possibile acquistare prodotti in ogni parte del mondo; inoltre il denaro che serve per comprare i materiali non è facilmente reperibile per le piccole aziende italiane. Noi passiamo gran parte del nostro tempo per cercare di collaborare e proporre i nostri prodotti a tutti indistintamente, senza alcun preconcetto.

Indubbiamente bisogna considerare che all’interno dei service deve essere fatto un profondo rinnovamento che deve mettere in grado chi sta dietro la scrivania di investire capitali in tecnologie scenotecniche e contemporaneamente preparare i tecnici, i quali sono quasi tutti esterni, ad utilizzare nel modo migliore i materiali acquistati. Certamente chi forma il personale all’altezza delle apparecchiature avrà più opportunità di lavoro; inoltre si alzerà il livello di qualità delle performance e questo, nei confronti del pubblico, può agire sulla sfera delle emozioni agevolando la nostra missione.

Come vedi il futuro di questo campo? Su cosa dobbiamo puntare?
Oggi andiamo verso un’altissima specializzazione informatica anche nel nostro settore: tutto passa per reti, fibre ottiche, protocolli informatici, audio, luci, video, automazioni. Occorre, pertanto, una grandissima attenzione e professionalità in un ambito fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto; noi di Molpass investiamo gran parte del nostro tempo per informare e formare tecnici dello spettacolo attraverso la nostra Academy.

Inoltre mi sento di suggerire di puntare sulla sicurezza e sulla certificazione delle professionalità. Ad esempio le movimentazioni scenografiche, che sono il futuro dello spettacolo, rientrano nel campo della sicurezza e non della musica o della cultura. Bisogna formarsi, organizzarsi e prepararsi ai massimi livelli. Fin adesso è stato rock&roll, da adesso servono percorsi formativi precisi e dedicati.

Molinari 1

Contatti: Molpass

 

 

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