Dave Rat - Personaggio, eccome!

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IMG 0251di Douglas Cole

Dave Rat, al secolo David Levine, è partito con una propensione per l’invenzione, per il suono, per smanettare e per il divertimento; ha fondato quello che è diventato uno dei più rinomati service audio negli Stati Uniti occidentali – solo con diffusori autocostruiti, per due decenni – ed oggi è anche un noto rivenditore.

Dave Rat è un prolifico progettista californiano DOC – Hermosa Beach, Los Angeles – che continuamente sperimenta nuove idee con diffusori e attrezzatura per l’uso proprio, per il noleggio o per la produzione e la commercializzazione. Infine, solo per caso e per agevolare la sua assuefazione a casse e amplificatori, negli anni ha imparato a mixare dal vivo, una vocazione secondaria che lo ha messo dietro la console per Jane’s Addiction, Soundgarden, Offspring, Blink 182, Rage Against the Machine e tanti altri, oltre ad essere il fonico FoH da un quarto di secolo per i Red Hot Chili Peppers. 

In occasione del concerto a Bologna dei Red Hot Chili Peppers, oltre a parlare dell’audio dei Chili Peppers, abbiamo chiacchierato per un paio di ore. Un po’ per rompere il ghiaccio, gli abbiamo chiesto il perché di quel soprannome (Rat, cioè Ratto).

“Iniziai nell’audio – racconta Dave – con un obiettivo: non volevo fare il fonico e basta, ma volevo immaginare e progettare le cose, costruirle, provarle e vederne proprio la realizzazione. Iniziai quindi costruendo le casse. Poi dovetti comprare un furgone per spostarle. Poi cominciai a noleggiarle per poterle ripagare. Poi imparai a mixare per poterle provare. Aprii il service audio intorno al 1979, praticamente con un paio di diffusori caricati nel baule della macchina. Avevo diciassette anni. Nel 1980 provai a fare sul serio, insieme al mio socio di tanti anni, Brian Benjamin. Avevamo diversi nomi per il service – ‘Solid Sound’ tra gli altri. Nel 1983, io e quella che all’epoca era la mia ragazza lo ribattezzammo ‘Rat Sound’. Ti interessa la storia?” 

Non me la vorrei perdere...

Dopo aver lavorato nell’audio per un po’, avevo scoperto che è un giro  molto spietato: tangenti, tradimenti, pettegolezzi, sputtanamenti e via così. Noi, invece, volevamo semplicemente costruire delle casse belle, chiedere il giusto compenso e fare un buon lavoro. 

Abitavo in un piccolo appartamento attaccato a un garage. Avevo un terrario di 55 galloni (circa 200 litri – ndr) attaccato al letto, dove abitava il mio serpente, di nome Kinky. Una sera, con la mia ragazza dell’epoca – che si chiama stranamente “Beverly Hills” e no, non è un nome d’arte – parlavo dei miei obiettivi con il service, e cioè mangiare, passare tempo con i nostri amici e con la musica, lavorare bene. Sembrava, invece, che tutti stessero lavorando contro di noi. In quel momento, nel terrario c’era un ratto vivo, che Kinky apparentemente stava tenendo come spuntino per dopo. Avevo commentato che il mio service era un po’ come quel ratto, nascosto in un angolo ad attendere il proprio destino. Beverly ebbe un’epifania, in quel momento, e suggerì di chiamare l’azienda “Rat Sound”. 

All’epoca lavoravo sui missili TOW (Tube-lauched, Optically-tracked, Wire-guided) per Hughes Aircraft, un appaltatore militare, ed ero convinto che ogni marchio dovesse essere un acronimo, così mi ero seduto con il dizionario e, dopo aver bocciato “Recording Art Technical Sound Systems”, perché non facevamo registrazioni, ero arrivato a “Reliable Audio Technology” – RAT. Saltiamo al 1985, quando ho seguito il tour nazionale dei Black Flag per il disco Slip it in e per tutto il tour Henry Rollins mi ha chiamato “Rat Man”; da lì in poi il mio nome è diventato proprio quello: “Dave Rat”.

E il tuo service all’epoca era basato solo su impianti costruiti da te?

I primi 18 anni di Rat Sound sono passati senza che acquistassimo alcun sistema da altri costruttori, a parte una minima eccezione all’inizio.

La prima cosa che costruimmo furono dei monitor con degli altoparlanti Gauss da 12” che avrebbero dovuto montare dei Big Tweet Gauss, poi siamo invece finiti con i driver JBL, con la tromba “schiaccia patate”; però continuavano a saltare e i diaframmi costavano troppo, così li sostituimmo con una configurazione a doppio piezo. 

Poi acquistammo delle casse Kustom, a singolo 15”, copie dei JBL 4560; come abbinamento, costruimmo otto casse 2x12” che servivano come mid-range e aggiungemmo delle trombe JBL. Partimmo quindi con questo sistema, sostituendo un pezzo alla volta: prima sostituimmo le basse Kustom con delle casse nostre, con un 18”, senza caricamento a tromba – una cosa considerata poco convenzionale che suonava però molto bene, sacrificando un po’ di volume nelle basse. Seguendo il mercato, mettemmo poi insieme un sistema più simile ad altri dell’epoca: un’unità bassi con un 15” a tromba, un midrange con un 10” caricato a tromba copiato dal Gauss 10” caricato a tromba (e il nostro suonava male quanto il loro). Proseguimmo poi con le trombe Renkus Heinz da 2” per le alte.

Dopo questa esperienza, decidemmo di concentrarci solo sulla costruzione di sistemi che suonassero bene per poi preoccuparci di farli suonare più forte, anziché costruire cose che potessero sviluppare grandi pressioni per poi preoccuparci di provare a farle suonare meglio. 

Per il sistema successivo tornammo ad un sub da 18” non caricato a tromba, oltre ad un’unica cassa con due medi da 12”, un driver da 1” caricato da una tromba larga e due tweeter piezo. Questo sistema era stato costruito per l’installazione in un club, successivamente fallito, per cui lo riadattammo come sistema mobile, che è poi quello che portammo in tour con i Black Flag la prima volta. 

Poi costruimmo un all-in-one con un 18”, un 12”, un driver da 1” con una tromba larga e due tweeter piezo. Ce n’erano due diversi tipi, da usare in orizzontale o in verticale. Ognuno di questi suonava bene da solo, ma mettendoli insieme si perdeva molto, perché il volume delle casse necessario per i 18” non consentiva di avvicinare abbastanza i midrange o i tweeter. Il vantaggio era invece la facilità di trasporto. Li chiamavamo i “Brown Box” perché erano ricoperti di moquette marrone. Avevamo portato 12 di questi in tour con i Black Flag per la tournée di Loose Nut. In quel tour, per ogni lato, mettevamo quattro delle versioni verticali sopra due delle versioni orizzontali. In tour avevo scoperto che inserendo dei piccoli flightcase a valigetta sotto due delle casse in verticale su ogni lato, si formava un’immagine perfetta del logo a bandiera nera della band. Beh, configurato così, il sistema non è che suonasse in modo ottimale, ma l’impatto visivo era impagabile!

Nel frattempo, avevamo costruito dei monitor trapezoidali con 15”, 10” e driver da 1” che suonavano molto bene, poi un’altra versione a sezione rettangolare per i drum-fill e i side-fill. Alcune avevano le trombe in alto e alcune la tromba in basso, sempre molto vicino al bordo, in modo che si potessero mettere una sopra l’altra e che le trombe si accoppiassero bene. Flea (bassista dei RHCP – ndr) ne ha ancora un paio nella sua sala prove. 

Il sistema successivo, la versione primordiale del Rat Trap 5, era basato su una versione raddoppiata di questi – 2x15”, 2x10” e un driver da 1” caricato a tromba, triamplificati – più delle basse composte di 2x18” a radiazione diretta. A questo punto il nostro doppio 18” era già praticamente quello che usiamo oggi. Con i doppi 15” nelle medio-alte, i doppi 18” erano diventati veri subwoofer e io avevo cominciato a mixare con questi su un aux, mandando solo certi strumenti ai sub. 

Continuava intanto l’evoluzione del Rat Trap 5: 2x15” più 2x10” più un driver da 1”, nella sua seconda versione con un lato non parallelo e una tromba più grande. Questi diffusori si potevano ravvicinare a coppie per sfruttare l’accoppiamento delle trombe. Con le versioni successive poi, dopo varie prove e prototipi, avevamo fatto due lati non paralleli e finalmente avevamo trovato i componenti giusti per aggiungere anche un driver da 2”. Questa versione definitiva della testa del Rat Trap 5, un vero array a sezione sferica, ci è servita per tanti anni e ancora esiste. 

C’era sempre moltissimo lavoro da carpentieri in corso!

Abbiamo costruito parecchi altri diffusori e monitor, e parecchi componenti aggiuntivi per il Rat Trap 5 negli anni: moduli di trombe, sub compatti... Per esempio, abbiamo fatto delle casse lunghe trapezoidali con un 15”, un 10” e un driver da 2” con una guida d’onda nuova. Questi erano stati costruiti per fare i rear-fill in un tour dei Pearl Jam, appesi in linee verticali.

In quanti eravate? 

All’epoca eravamo io e il mio socio Brian; non avevamo proprio dei dipendenti... beh, c’era la mia ragazza di quel periodo, Karrie (Karrie Keyes; occorre notare che, oltre ad aver fatto coppia con Dave per tanti anni nel passato ed essere stata una sua allieva nell’audio, Keyes è una sound engineer molto nota e una famosa sostenitrice delle donne nel mondo dell’audio – ndr).

Vivevo nel capannone, che era in Sun Valley, all’epoca. Non era a norma come abitazione, così avevamo allestito una sala prove in fondo al magazzino; arrampicandosi sopra tutte le casse mezze finite e abbandonate, si trovava una porta segreta che immetteva nella mia camera da letto. Sopra il portone d’ingresso, invece, Brian aveva costruito la sua camera. Spesso mi venivano delle idee e mi alzavo anche alle cinque di mattina e cominciavo ad accendere le seghe. Costruivamo tutto lì. 

Chi erano i vostri clienti in quel periodo? 

Principalmente il promoter Goldenvoice, che lavorava molto sulla scena punk californiana e adesso organizza anche il festival Coachella. Ci avevano fatto lavorare molto a livello locale, per anni, e ancora lavoriamo con loro. 

Avevamo fatto tre tour in tre anni con i Black Flag ma, dopo il terzo tour, la band si era sciolta. A quel punto, mi ero detto che non sarei tornato più in tour finché non avessimo messo delle ruote su tutte le casse. All’epoca, non avevamo messo le ruote sulle casse perché con le ruote non sarebbero entrate nel furgone: infatti l’unico vincolo che avevamo era quello di far entrare tutto nel furgone! 

Durante quel periodo, io e Brian lavoravamo molto con i Jane’s Addiction. Erano sempre nel nostro capannone a farci fare dei flightcase, rack effetti, eccetera. Quando avevano deciso di non usare più i fonici residenti nei locali io ero diventato il loro primo fonico stabile e lo sono stato fino al loro primo tour, quando avevo passato il lavoro a Brian. Nel ’89 dovevano andare in tour di nuovo, ma c’era stato un cambio del management e ci avevano licenziati tutti... una gran delusione. Poi, però, eravamo andati in tournée con Danzig e Sound Garden. Io avevo mixato per il palco e avevamo fornito l’impianto FoH. Era andata discretamente bene: avevamo flightcase e ruote su tutto ed eravamo abbastanza preparati per il tour.

Poi dal cielo era caduta una chiamata dai Sonic Youth per il tour Goo. Una cosa fenomenale! Avevo fatto il fonico FoH per i Social Distortion e lavoravamo regolarmente con i Fugazi, e poi avevamo cominciato a lavorare anche con i Chili Peppers. 

In tutti questi anni, dai primi anni ’80, avevamo lavorato molto nei locali: Dancing Waters, The Galaxy, Scream Club, Fender’s Ballroom... c’era sempre qualche impianto installato mentre almeno un altro era libero per girare.

Con i Chili Peppers, invece, hai un posto fisso da più di due decenni.

Effettivamente, sono ancora qui a tenere il posto di qualcuno che, purtroppo, non tornerà. Rat Sound lavorava con i Chili Peppers da anni. Chris Grayson era il fonico storico del gruppo e lavorava anche con noi. Gli trovammo vari altri lavori. Nel periodo dopo la morte di Hillel (Slovak, chitarrista fondatore dei RHCP – ndr), la band cercava di rimettersi in carreggiata, mentre Chris sembrava non averne proprio voglia. Un giorno mi chiama Mark Johnson, il loro road manager, e mi dice che stavano per licenziare Chris perché era diventato inaffidabile e non stava nemmeno provando a ritornare in sé, e mi offre il suo posto. Gli risposi che avrei preso il posto di Chris solo finché non fosse riuscito a tornare. Io avevo il mio service e altre cose, non mi sembrava il caso. Però, se non l’avessi accettato io, l’avrebbe fatto qualcun altro. 

Chris aveva dato buca qualche giorno prima anche per un lavoro nostro. Così l’avevo chiamato, e mi aveva risposto la segreteria telefonica. Avevo lasciato un messaggio dicendo che si doveva mettere a posto o non sarebbe più riuscito a lavorare... gli dissi che lo avrei coperto con i RHCP finché non si fosse raddrizzato. Non ho mai più parlato con lui: quando ero alle Hawaii con i RHCP, Chris fu ucciso e lasciato nel baule di una macchina durante qualche transazione andata male. 25 anni dopo, sono ancora qui a tenergli il posto. Negli anni avrò perso forse dieci concerti... una volta quando ero in ospedale con la meningite e un’altra volta quando avevo una sovrapposizione con delle date dei Rage Against the Machine. 

Anche Rat Sound aveva fatto dei gran salti negli anni ‘90, no?

Dopo l’inizio degli anni ’90, continuavo a lavorare con i RHCP, per un po’ di tempo feci il PA engineer con i Pearl Jam mentre Karrie faceva i monitor per entrambi i gruppi. C’era un periodo durante il quale i due gruppi si alternavano in tour. Quando un calendario provvisorio dei Pearl Jam era pronto, lo mandavamo ai Chili Peppers e viceversa. Erano entrambi così leali che ritardavano delle date o il tour perché altrimenti sarebbero dovuti partire con tutta gente diversa e con altri impianti. 

Ad un certo punto, Pearl Jam era diventato così grande, e così velocemente, che non riuscivamo a stargli dietro. Rat Sound non aveva credito, non avevamo preso prestiti – tutto per noi all’epoca era in contanti. Pearl Jam ci prestò il denaro necessario a comprare il materiale per poter fare il loro tour, e in questo modo guadagnare e ripagarli. Lavoriamo con loro, almeno per l’impianto, continuativamente dal 1991.

Per la tournée dei Chili Peppers nel 2003, il nostro impianto Rat Trap 5 era già impegnato in un altro lavoro e avevamo dovuto scegliere un sistema adeguato nel quale investire per il tour americano. La scelta migliore, confermata da anni di esperienza, fu L‑Acoustics e V‑DOSC. Ci ha dato negli anni anche la possibilità di avere sistemi identici durante i tour mondiali. Lavoriamo ancora con L‑Acoustics, siamo passati al K1 per Coachella nel 2009 e ancora il nostro inventario non proprietario è principalmente L‑Acoustics.

Ti è mai venuta l’idea di mettere su una produzione di casse per la vendita? 

Come azienda, non abbiamo mai avuto abbastanza soldi per costruire sistemi, a parte quelli che costruivamo per noi. Con i MicroWedge avevamo progettato un bel monitor – molto più piccolo e molto più potente di quelli in commercio all’epoca. Noi usavamo dei componenti Radian, e uno dei miei ragazzi aveva portato uno dei nostri MicroWedge da loro per chiedere un’opinione: il prodotto è piaciuto molto e ci hanno chiesto di poterlo vendere sotto licenza. Doveva essere tutta una serie di prodotti, con processing ecc. In circa dieci anni, invece, l’hanno semplicemente lasciato un po’ morire lì. Ho tolto loro il licensing e l’ho dato a EAW che ha fatto un lavoro migliore.

Attualmente, la direzione che abbiamo intrapreso è quella di sviluppare i nostri prodotti e cercare di commercializzarli in proprio... Proveremo a fare tutto in casa per il nuovo sub e per il Super Wedge. 

Super Wedge è quello che stai usando con i Chili Peppers, per cui hai coinvolto anche Mario Di Cola? 

Mario ed io abbiamo cominciato scambiandoci idee. Dove io ho un sacco di esperienza pratica sul campo e anni di esperienza in progettazione a livello rudimentale e medio, Mario ha un’impressionante esperienza nella progettazione di precisione. Passare tempo insieme a lui è spettacolare, perché imparo cose nuove ogni volta. È stato un aiuto fantastico nella progettazione del Super Wedge sotto ogni aspetto: selezionare i driver, impostare i limitatori, accordare le casse... E questo si sta ripetendo con il nuovo subwoofer da 30” (!) basato sul componente Powersoft M‑Force. Penso che questo sub sarà pronto per la fine dell’anno. Se tutto andrà bene, la tournée negli Stati Uniti con i Chili Peppers avrà 16 dei nuovi sub da 30” invece dei sub L‑Acoustics per le basse principali. Quello sarà il prossimo passo. 

IMG 0278

Mario Di Cola insieme a Dave.

Inoltre hai sviluppato e commercializzi anche una serie di piccoli strumenti per fonici, no?

Sound Tools era partito mentre ero in tournée con i Rage Against the Machine. Durante il cambio di palco in un festival, il promoter e lo stage manager premevano molto per velocizzare. Non avevamo la nostra roba, era una di quelle situazioni con il “PA du jour”. Durante il line check, ci eravamo resi conto che il microfono della voce non funzionava. Ero andato avanti con il resto e mi interrompevano continuamente per verificare il canale della voce. Avevo guardato il palco e avevano cambiato il microfono – cazzo... sappiamo tutti che il problema non è quasi mai il microfono – e, appunto, non era quello il problema. Poi avevano cambiato il cavo, e ancora non andava. Si rallentava e ritardava sempre di più e continuavano a chiamarmi sull’intercom e a rallentare il mio lavoro ulteriormente. Così avevo cominciato a pensare che servisse uno strumento con cui si potesse verificare direttamente sul palco il collegamento corretto con FoH. Questo accadeva in un’epoca precedente agli snake isolati con i trasformatori ecc, ovviamente. Esistevano già i rilevatori di phantom, ma quelli che c’erano potevano verificare quella presente sui pin 2&3, ma non erano in grado di rilevare un cortocircuito tra 2&3. Progettai quindi una scatoletta che riuscisse a verificare non solo la presenza di phantom, ma anche un corto tra qualsiasi combinazione di conduttori. 

Tom Walker, di Audio Control, venne un giorno per cercare di venderci uno strumento di prova e quando lo provammo individuammo un cavo guasto. Tirai fuori la mia scatoletta per verificarlo e Tom ne rimase entusiasta e mi invitò a Seattle.

Con lo snowboard in mano, andai a Seattle per farglielo vedere. Gli interessava commercializzarlo e infatti l’hanno costruito per una decina di anni. Come con i Microwedge, io avevo idee per una serie completa di tester, ma hanno costruito solo quello. Così adesso li costruiamo noi. Abbiamo provato a farli in Cina per un po’, ma adesso facciamo tutto in California e Messico. Adesso abbiamo una serie di una dozzina di prodotti e una rete di distribuzione abbastanza vivace. Quest’anno sarà probabilmente il primo anno con veri profitti. 

Alla fine di questa chiacchierata, abbiamo deciso di lasciar perdere la solita domanda del sogno nel cassetto... nel caso di Dave, ci sembrava ridondante. Per chi volesse sapere di più su Dave, su Rat Sound, su ricerca, sviluppo e costruzione di diffusori audio, sulle avventure nelle tournée mondiali o anche sul surf, Dave è un blogger molto prolifico e ha mantenuto rubriche in diverse riviste del settore. Un buon punto d’inizio per seguire i suoi pensieri è a http://ratsound.com/daveswordpress/ .  

rattrap5 RHCP2000

Un allestimento del sistema Rat Trap 5 per i Red Hot Chili Peppers nel 2000.

 

 

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