Pagliacci – Trilogia d’autunno 2017

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di Alfio Morelli

PagliacciIl palco è quello del Teatro Alighieri di Ravenna, la regia è di Cristina Mazzavillani Muti, mentre la direzione dell’Orchestra Cherubini è affidata al giovane Vladimir Ovodok – formatosi all’Italian Opera Academy di Riccardo Muti. Siamo alla conclusione della XXVIII edizione di Ravenna Festival con tre titoli composti “sull’orlo del Novecento”. Insomma un appuntamento di musica colta ben diverso dai nostri consueti impegni a base di pop e rock, ma non per questo meno interessante sotto l’aspetto tecnologico. Inoltre ascoltare una vera orchestra suonare dal vivo... beh... è sempre fonte di grandi emozioni. Abbiamo avuto modo di goderci l’opera da un palchetto, in cui ci hanno accompagnati appena arrivati, prima delle interviste: una situazione molto interessante per descrivere le sensazioni ricevute in veste di spettatori ignari degli aspetti tecnici. Iniziamo col raccontare il nostro iniziale ribrezzo nel vedere che moltissimi fra il pubblico seguivano l’opera sbirciando e giochicchiando col proprio telefonino! Ma come? Gli appassionati di lirica? Ma presto abbiamo capito che il nostro ribrezzo era pari alla nostra ignoranza. Infatti il telefonino, grazie ad un sistema di trasmissione wireless, fungeva da libretto! Altra meraviglia le luci, quasi esclusivamente a LED, usate non solo per illuminare la scena, ma anche per creare alcune ambientazioni importanti per il racconto della storia stessa. Inoltre dei proiettori Sola di High End Systems, posti in fondo al palcoscenico, proiettavano su uno schermo posizionato a metà palcoscenico le ombre di alcuni attori, creando un effetto tanto suggestivo quanto utile per la narrazione. Di grande fascino la performance di un ballerino proiettata su questo schermo: grazie ai tre Sola posizionati sapientemente ed al mestiere del lighting designer, la sagoma del ballerino prendeva a volte una sorta di tridimensionalità e in altri momenti si moltiplicava in diverse figure. L’elemento che comunque ci ha più impressionato, come accennato, è sempre la musica: sicuramente la musica rock sparata da un PA a 130 dB SPL dà grandi emozioni, ma non è paragonabile ad un’orchestra dal vivo, una magia incredibile naturalmente potente. Ma poi ci rendiamo conto che, sparsi nel teatro, ci sono dei piccoli diffusori, e affacciandoci dal palchetto ci accorgiamo che in fondo alla platea c’è un fonico con tanto di mixer digitale: c’era un rinforzo sonoro del tutto trasparente di cui non ci eravamo per nulla resi conto! Chapeau!

E allora, usciti dal nostro palchetto, cominciamo le nostre interviste tecniche proprio dal sound engineer Massimo Carli. “Anche se non è molto in evidenza – ci spiega Massimo – il mio è un lavoro molto impegnativo. Infatti non è il classico ruolo del fonico che deve amplificare l’orchestra e gli artisti in scena ma, per specifica richiesta della signora Muti, che è anche l’anima e la regista di questi spettacoli, il mio compito consiste nel creare dei paesaggi sonori. Assieme alla regista, quindi, durante le prove abbiamo fatto delle memorie su degli accenti e degli effetti audio: certe parole, certi dialoghi, certi effetti o riverberi... Per esempio, in certi dialoghi particolari, alcuni proiettori su stativo vengono avvicinati ai cantanti per motivi scenografici, e su questi abbiamo posizionato dei microfoni direzionali, a mezzo fucile, per riprendere il dialogo in scena, a sua volta amplificato tramite il PA principale o inviato ai diffusori sparsi per il teatro. In un’altra scena c’è una campana che suona in lontananza: è un effetto registrato che devo far partire in un momento preciso, localizzandolo acusticamente come proveniente da un luogo lontano; nel momento in cui Arlecchino se ne va devo invece mandare dei dialoghi in lontananza. Insomma ho una partitura, come un elemento dell’orchestra, che devo eseguire in momenti precisi della storia, quindi devo essere sempre attento e presente durante lo spettacolo. “In regia uso un mixer Lawo – continua Massimo – un prodotto non usuale, ma che per il tipo di lavoro in questione mi è sembrato il miglior compromesso. Per gestire tutte queste scene abbiamo un processore d&b audiotechnik, in versione prototipo, che ci hanno fornito per fare esperienza e scambiarci informazioni in teatro con le opere classiche. La presentazione ufficiale del prodotto da parte del costruttore d&b è in programma per la fiera Prolight&Sound di Francoforte nel 2018. Come diffusori ho un piccolo sistema L+R ai bordi del palco, con un sub posizionato in un palchetto nel secondo ordine, posizione alquanto strana in effetti, ma dalle nostre prove è risultata essere la migliore. Ho inoltre una serie di diffusori piccolini attorno alla platea, posizionati all’altezza dei balconcini del primo ordine”. Per alcune delucidazioni sotto il profilo illuminotecnico incontriamo Vincent Longuemare che ha curato appunto le luci.

Da sx: Cristiano Perandini, responsabile commerciale TreTi; Vincent Longuemare, light designer; Cristina Mazzilli Muti, regista; Massimo Carli, fonico; Pino Loconsole, titolare del service Lucidiscena“Ho la fortuna di lavorare da diversi anni con la signora Mazzilli Muti – ci spiega Vincent – una regista con l’indole della ricercatrice: se c’è la possibilità di innovare lei lo vuole fare, e per uno come me è un territorio ideale. Devo confessare che anch’io, come i miei colleghi, all’inizio ero un po’ scettico sull’uso dei LED in teatro. Invece, anche grazie a Pino Loconsole del service Luci di scena, che ha creduto e investito in questo cambiamento, abbiamo iniziato un percorso di rinnovamento. Abbiamo provato decine di prodotti, dalle cineserie utilizzate alla sagra della salsiccia fino ai fari a testa mobile più costosi e sofisticati. Durante questo percorso abbiamo avuto per le mani gli ultimi prodotti a LED High End, SolaSpot e SolaWash, dei quali ci siamo innamorati. “Le tre opere che presenteremo qui a Ravenna nella Trilogia d’Autunno sono spettacoli tecnicamente piuttosto diversi l’uno dall’altro. Nelle altre opere c’è un uso massiccio di proiezioni per le scenografie, mentre per i Pagliacci si lavora prevalentemente con le luci. “Qui non useremo esclusivamente dei LED – precisa Vincent – perché, per esigenze di scena, ho scelto anche dei proiettori a lampada alogena, forse come atto d’amore per una tecnologia che sto tradendo nei confronti di un nuovo amore... una sorta di canto del cigno. Mentre per le luci principali ho tutto a tecnologia LED”.

Nel passaggio al LED cos’hai guadagnato e cos’hai lasciato per strada?
Senza ombra di dubbio posso confermare che ho guadagnato moltissimo in termini di praticità e tempo impiegato. Usando i fari a LED non devo più portar dietro tanti cavi, tanti dimmer e tante lampade. Riesco ad ottenere con uno sforzo minimo le stesse cose che avevo raggiunto con le alogene, anzi, ho un range di possibilità maggiore, anche se devo confessare che su certe tonalità di colori non sono ancora pianamente soddisfatto... ma ci stiamo avvicinando. Bisogna rendersi conto che anche in teatro la tecnologia sta entrando prepotentemente: se alcuni enti lirici sono un po’ restii all’uso delle novità, è solo questione di tempo. La tecnologia permette di spostare e far viaggiare delle produzioni molto complesse in maniera più agile: provate a pensare alle vecchie scenografie di tela o di legno! Oggi basta un buon videoproiettore per ottenere lo stesso effetto. La stessa cosa vale per le luci: alcuni testamobile con i sagomatori a LED hanno una resa paragonabile a quella di una quantità molto maggiore di materiale alogeno. Per non parlare del costo delle lampade: ci sono delle produzioni che solo per le prove usano una batteria di lampade che andrà completamente sostituita al momento del debutto, con il rischio di avere delle lampade con una resa diversa l’una dall’altra. Tutto questo sui prodotti LED non succede. Mi sembra interessante portare come esempio due fatti. Fino a qualche anno fa per le produzioni del Festival di Ravenna richiedevo una potenza di circa 100 kW, mentre quest’anno abbiamo dei picchi di assorbimento che non superano i 17 kW. Qualche anno fa ero a Roma con il Maestro Muti durante le prove d’orchestra: ad un certo punto ha sospeso le prove e mi ha fatto spegnere tutti i testamobile, perché le ventole facevano troppo rumore.

La batteria di ETC a LEDChe tipologia di prodotti usi in questi spettacoli?
Qui a Ravenna abbiamo montato una ventina di High End tra SolaSpot e SolaWash, una trentina di ETC, dei Claypaky A.leda Wash K10 e qualche PAR. Il tutto pilotato in regia da una GrandMa un po’ datata che stiamo cercando di far rinnovare.

Che tempi di allestimenti avete avuto?
Se consideriamo l’allestimento tecnico, la messa in scena delle tre opere e le prove d’orchestra, siamo arrivati a Ravenna oltre un mese prima del debutto.

Pino Loconsole è il titolare del service Lucidiscena, fornitore del materiale luci per questa produzione di Ravenna Festival.

Da diversi anni sei il fornitore ufficiale di tutte le attrezzature illuminotecniche del Festival: come hai iniziato questa collaborazione?
Il rapporto con Ravenna e con Vincent è iniziato parecchio tempo fa. Ho dato il mio contributo, seguendo la loro voglia di essere innovatori, verso un’apertura alle nuove tecnologie. Abbiamo fatto un percorso durato un po’ di tempo, dapprima inserendo delle piccole parti, fino ad arrivare ad un intero parco luci completamente a LED. Tra le tante prove e confronti, siamo arrivati alla scelta dei tre marchi leader oggi sul mercato: ETC, High End e Claypaky. Se i marchi ETC e Claypaky sono stati una conferma, abbiamo trovato i nuovi proiettori High End a LED veramente eccezionali, con una luce potente, uniforme e molto plasmabile, unitamente alla silenziosità del prodotto che in teatro è molto importante e fa la differenza. Due anni fa, la Bohème è stata illuminata completamente a LED, un percorso che continua con questa trilogia e che credo continuerà ed aumenterà anche in futuro, perché è una tecnologia che offre molti vantaggi e pochissimi svantaggi. A parte il prezzo, naturalmente. Finite le prove, incrociamo in teatro la regista Cristina Mazzilli Muti che, con molta gentilezza, accetta di fare due chiacchiere tecniche con noi.

Tutti i suoi collaboratori tecnici la descrivono come una regista molto aperta all’innovazione ed alla sperimentazione: da dove arriva questo atteggiamento, non frequente nel campo della lirica?
Semplicemente dal fatto che i compositori, che oggi noi cerchiamo di riproporre, erano molto più sperimentatori di noi; erano veri innovatori e ricercatori. Ad esempio cercavano la tridimensionalità dell’immagine sonora e la quadrifonia: Verdi ne Il Trovatore vuole e scrive che la voce del personaggio chiuso nella torre arrivi dall’alto, che la voce delle suore arrivi da un altro punto e quella della povera Leonora da un altro punto ancora. Insomma Verdi vuole che ci siano quattro o cinque sorgenti sonore diverse che arrivino al pubblico in maniera ben distinta, cosa che in effetti in teatro non avviene mai; invece la spazializzazione, a cui ho lavorato moltissimo con Alvise Guidolin, è importantissima: quando Romeo canta nella tomba sottoterra di Giulietta abbiamo cercato un suono criptico e scuro, che ha una grande potenza drammaturgica e dà i brividi. Leoncavallo scrive l’aria del soprano mettendo perfino gli uccellini, che rappresentano di fatto un effetto sonoro, mentre ne La Traviata di Giuseppe Verdi la frase “è tardi” è ripetuta tre volte: noi abbiamo utilizzato per questo un effetto eco digitale. Possiamo fare tutto questo proprio perché rispettiamo moltissimo la musica e gli autori, e vogliamo interpretarne lo spirito più profondo.

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