Next to Normal

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di Douglas Cole

a18Qualche anno fa, dopo aver visto per la prima volta Evìta!, ho speso qualche parola su quanto mi continui a stupire la capacità di certe produzioni di teatro musicale di aver enorme successo, nonostante i temi trattati nel copione, visti per sé, sembrino poco adatti al format. Next to Normal è un esempio evidente di questo fenomeno. Ha debuttato nel 2008 off-Broadway e nel 2009 a Broadway, questo musical con libretto di Brian Yorkey e musica di Tom Kitt tratta con poca leggerezza la storia di una famiglia media suburbana che cerca di affrontare i disturbi psichiatrici cronici della signora di casa, innescati o aggravati dalla morte del primo figlio neonato, il quale continua a vivere all’interno delle allucinazioni della mamma.

Si sa che questo tema è molto comune nella letteratura da secoli, se non millenni. Nell’analisi letteraria, infatti, ha un proprio sottogenere (che in inglese viene chiamato scherzosamente “the pumpkin in the bassinet” – “la zucca nella culla”). Nel teatro drammatico, quindi, si tratta di un tema generale ben collaudato... ma è servita senz’altro una particolare lungimiranza per scommettere su questo tema, trattato in un musical con partitura rock. I fatti, invece, confermano che questa scommessa è stata vinta alla grande. La produzione su Broadway di Next to Normal, infatti, è stata nominata per i Tony Award in ben undici categorie, tre delle quali ha vinto per la Migliore Colonna Sonora, la Migliore Orchestrazione e la Migliore Attrice Protagonista. Nel 2010, addirittura, Yorkey e Kitt hanno ricevuto il premio Pulitzer per la Drammaturgia per questo musical. Mica cavoli!

Da allora, Next to Normal è stato prodotto in diverse versioni residenti e in tour su quattro continenti e in varie lingue. La più recente di queste ad andare in scena è la prima produzione di STM – Scuola Teatro Musicale – di Novara. Questa realtà relativamente nuova e promettente ha collaborato con la storica Compagnia della Rancia per creare questa versione con libretto in italiano e con musica, scenografia, coreografia, regia e messa in scena nuove, anche se alcuni elementi sono molto fedeli alla produzione al Booth Theater di Broadway.

La regia di questa versione è di Marco Iacomelli, uno dei tre fondatori di STM, mentre i crediti di produttore sono condivisi tra gli altri due, Davide Ienco ed Andrea Manara. Andrea Ascari ha curato l’adattamento del libretto e delle liriche, Maria Carla Ricotti i costumi, Gillian Bruce le coreografie, Saverio Marconi la supervisione artisitica e Simone Manfredini la supervisione musicale.

Le scene sono di Gabriele Moreschi, mentre il disegno luci è di Valerio Tiberi. Il direttore musicale è Riccardo Di Paola, mentre il sound design è di Armando Vertullo e la produzione discografica è stata curata da Donato Pepe.

Questa produzione ha fatto due repliche in anteprima nel marzo del 2015 al Teatro Coccia, a Novara ed è partita in tour per la stagione teatrale successiva facendo tappe in altre cinque città.

Ci siamo recati alla penultima data di questa stagione, al Teatro Storchi di Modena.

La produzione

Arrivando al teatro incontriamo Davide Ienco, uno dei due produttori per STM, che risponde ad alcune domande sulla produzione. 

Innanzitutto, raccontaci un po’ di STM.

STM, cioè Scuola del Teatro Musicale, nasce nel 2013 da un’idea mia, di Marco Iacomelli e di Andrea Manara, tre amici provenienti dal mondo del teatro. Dopo varie collaborazioni, fra cui il musical Frankenstein Jr, abbiamo deciso di formare un polo culturale di formazione per il teatro musicale, fondato a Novara, in collaborazione col Teatro Coccia, con Renata Rapetti e con il Comune di Novara. Formiamo anche registi e, da quest’anno, anche direttori musicali.

E il salto da scuola teatrale a produzioni in tournée? 

Il primo obiettivo era la formazione, ma la produzione è stata quasi uno sbocco naturale. Così quando Marco vide Next to Normal a New York, si innamorò di questo spettacolo molto particolare, profondamente diverso. Così abbiamo deciso di chiederne i diritti, in forma “non-replica”, cioè con la possibilità di cambiare scenografia e regia, oltre alla traduzione.

Come prima produzione sembra un titolo un po’ particolare, no?

Non è un titolo spinto da una storia famosa, non viene da un film o da un disco, ma in America è diventato un cult, perché è un fenomeno vicino ad una famiglia attuale, coi problemi che spesso ci sono nelle case di tutti. Grazie ai social network abbiamo ottenuto anche un nuovo pubblico di giovani, normalmente poco interessati al teatro, che ha risposto in maniera entusiasta ai video postati su YouTube: solo a Milano abbiamo speso un decimo di quello che si spende normalmente per la promozione, riempiendo tre volte il teatro. Un riscontro inaspettato di pubblico e di critica, perché è qualcosa di nuovo e di rivoluzionario, anche se non ha apparentemente quelle caratteristiche che attirano il pubblico, come il personaggio famoso o la storia nota.

Essendo “non-replica”, il vostro adattamento è comunque simile alla produzione più rinomata?

L’allestimento è simile a quello di Broadway, con la struttura a tre piani e con le luci che giocano molto sulle emozioni, soprattutto il fondale. La scena è fissa, anche perché i luoghi in cui si svolge la vicenda sono molto difficili da ricreare, cosa che noi facciamo con pochi oggetti evocativi. È tutto giocato sulle luci, niente video o cambi scena particolari. Potrebbe sembrare una produzione minimale ma non lo è affatto, basti pensare che abbiamo bisogno di un premontaggio perché ci sono diversi elementi di difficile gestione e la cura del dettaglio è importantissima.

Il cast artistico è formato da sei persone, a cui si aggiungono il direttore di scena, due macchinisti, un datore luci, un elettricista, il fonico ed il direttore musicale che gestisce le cue audio, perché la partitura è molto complessa ed il fonico non riuscirebbe a seguirla.

Riccardo Di PaolaDirettore musicale

“Ho prodotto le musiche dello spettacolo – spiega Riccardo – e durante lo show lancio le musiche seguendo la partitura. La partitura è quella originale, tutta ri-suonata e registrata. La partitura è molto semplice, in realtà, al livello di orchestrazione. Si tratta di sei strumentalisti: batteria e percussioni, basso elettrico e contrabbasso, chitarra acustica ed elettrica – questi tre in ‘doubling’, dove lo stesso musicista ricopre due diversi strumenti – poi pianoforte, violino e violoncello.

“Per la preproduzione – continua Riccardo – sono riuscito ad ottenere una copia della colonna sonora originale ed ho aggiunto a questa un click così da poter dare le stesse variazioni agogiche alla partitura (cioè le stesse variazioni interpretative, ritmiche e d’accento – ndr), per non dover lavorare con un BPM fisso su ogni brano... Il risultato, alla fine, è molto naturale. Le traduzioni sono adattate perfettamente alla sillabazione inglese, con rarissime variazioni metriche e con identica linea melodica.

“Per mandare le cue musicali durante lo spettacolo – spiega Riccardo – uso QLab, un software di show control. Da un MacBook Pro (uno principale e uno spare) mando le registrazioni in multitraccia alla console tramite un’interfaccia Dante. È come se ci fosse l’orchestra microfonata in buca, perché al mixer arrivano tutti gli strumenti su tracce individuali. Io seguo tutte le ‘go’, perché è uno spettacolo molto complesso, e anche durante i parlati c’è sempre della musica.

“Per produrre i file delle musiche utilizzo Reaper, perché mi permette di produrre dei file a 24 tracce, così per ogni brano ho un unico .wav che contiene le 24 tracce. Il routing di QLab, poi, mi permette di assegnare le varie tracce ai canali della console. Queste tracce comprendono, tra l’altro, alcuni suoni guida che vengono inviati solo al monitoraggio per gli attori. Questi sono essenziali soprattutto nei momenti del parlato, dove ci sono i ‘vamp’, o loop di musica, in attesa delle cue per gli attacchi del canto.

“In teoria  – ci dice Riccardo – si potrebbe programmare l’intero spettacolo con un solo ‘Go’, ma è una cosa un po’ rischiosa: meglio seguire tutto a mano, cosa che faccio tramite un MIDI controller che, in effetti, dà meno latenza rispetto alla barra spaziatrice. A dirla tutta, QLab qui viene usato per solo una frazione piccolissima delle possibilità... è possibile controllare simultaneamente non solo le cue musicali, ma anche le scene della console audio, la console luci, le cue per gli effetti e le cue per il palco, Dovrebbe essere, chiaramente, una situazione ipercollaudata, ma la possibilità esiste”. 

Anche se possiamo immaginare la risposta, te lo chiedo comunque: per quale motivo specifico vi conviene avere tutti gli strumenti su tracce separate e non delle tracce stereo per ogni brano? 

I motivi sono due: uno è che ogni teatro ha delle caratteristiche particolari. Qui siamo fortunati perché i teatri all’Italiana suonano generalmente bene, ma i teatri di nuova generazione che si appoggiano sull’impiantistica non suonano tutti così bene. Avendo il multitraccia, possiamo rimixare lo spettacolo ed equalizzare gli strumenti specifici per adattare il suono alla venue. L’altro motivo è che possiamo scegliere di mandare ai monitor per i cantanti solo gli strumenti che servono, in alcuni momenti piuttosto che in altri... solo pianoforte e charleston, magari. Questo aiuta a mantenere una giusta dinamica, senza sparare troppa energia nei monitor e, allo stesso tempo, dare ai performer quello che gli serve per gli attacchi e per l’intonazione.

Donato Pepe – Fonico

Sul cartellone, Donato Pepe ha curato la produzione discografica della colonna sonora italiana, mentre il sound design e il ruolo di fonico sono di Armando Vertullo. In questa data particolare, invece, a gestire il suono in sala è proprio Donato.

“Io mi trovo qui un po’ per coprire il ruolo per questa data, in cui Armando era impegnato in altri progetti. Siccome io ho curato la produzione discografica, ero l’unico che conosceva i brani dello spettacolo.

“Tutti i segnali – spiega Donato –  sono gestiti tramite Dante. Su palco c’è una stage box Rio3224‑D, mentre le tracce vengono mandate nella console Yamaha CL5 da QLab su due computer (main/spare) che seguono la patch Dante.

“Il secondo computer  – continua Donato – non è un vero spare, perché il passaggio in caso di problemi è manuale. Ho 22 canali, ma sul banco sono 24, perché sulla traccia di basso/contrabbasso e chitarra elettrica distorta/pulita, uso due diversi canali per i diversi suoni, secondo il brano.

“Il progetto è complicato, con 200 memorie sulle 300 disponibili del banco, così Armando Vertullo, che si è occupato del progetto audio, ha fatto un lavoro di routing preciso e attento, in modo da poter equalizzare cose differenti senza toccare il mix, usando i bus stereo. Armando utilizza i DCA in safe-recall e al cambio della memoria cambia il personaggio abbinato a quel DCA, in modo da avere sullo stesso DCA sempre il protagonista della scena, indipendentemente dall’attore. La cosa ha molto senso e la trovo geniale”.

Per le riprese delle voci sul palco?

I microfoni sono doppi per ogni attore, posti fra la fronte e la tempia; in origine i bodypack erano Shure con capsule Sennheiser, poi abbiamo cambiato con sistemi Sennheiser Serie 2000 e capsule DPA 4060 che hanno maggiore sensibilità. Questi si possono usare abbastanza tranquillamente, perché nei monitor ci sono solo alcune cose delle basi, e non ci sono le voci dei cantanti. Il monitoraggio è in stereo per il piano terra, mentre è mono per il secondo piano e con un solo monitor per il terzo piano, che è meno usato.

E per la diffusione in sala?

Dal banco esco e vado sulla Rio, quindi tutto in Dante dall’inizio alla fine. Il segnale è gestito da matrice, con L/R, mandate mono per sub e front-fill. L’impianto è un Nexo GEO S1210, tranne l’ultima testa che è una S1230, che apre di più. Per il canale centrale usiamo delle S1230 in passive-mode. Leader Sound fornisce audio, luci e scenografia, mentre la struttura Alutek è stata acquistata dalla compagnia.

Francesco VignatiLighting operator

“Il disegno luci è di Valerio Tiberi – ci dice Francesco – e interagisce con le scene di Gabriele Moreschi. Io ho visto lo spettacolo a Broadway e mi ha appassionato molto fin dall’inizio, perché è davvero bellissimo, mi ha coinvolto particolarmente. Qui le luci sono fondamentali e complicatissime. Ci sono proiettori dovunque, e al contrario di quello che si possa pensare, non è affatto minimale, anche se dà questa idea, perché non c’è nessun proiettore a vista: sono tutti inglobati e nascosti nella scenografia.

“La priorità è il fondale, molto imponente, che serve proprio a raccontare la storia: non per niente ci sono ben 64 Domino dedicati solo a questo, con l’uso delle gelatine. La miscelazione dei colori è stata molto complicata, abbiamo lavorato molto per creare tutte le sfumature, ma il risultato rispetto ai LED è davvero diverso, nonostante l’assorbimento. Poi abbiamo 26 PAR per i tagli in seconda americana e tanti ETC SourceFour, di cui 12 in sala, divisi come per i tagli al 50% fra conversione calda e conversione fredda. In ogni ’stanza’, cioè in ogni piano, ci sono dei mini Fresnel nascosti dentro la struttura per evidenziare gli speciali.

“Anche i puntamenti sono lunghissimi e molto precisi – continua Francesco – perché la pedana è a specchio, quindi ci sono tanti elementi che potrebbero dare problemi di riflesso al fondale. Nella struttura abbiamo due americane di otto metri a cui sono attaccati tutti i proiettori per i tagli sopra le scale. Poi ci sono dieci wash a LED della ProLights che aiutano i tagli, oltre ad una linea di neon presa dall’idea di Bob Wilson (regista di teatro sperimentale americano – ndr) che serve nella scena dell’ipnosi. Poi ho 12 motorizzati Clay Paky Alpha Profile 700 che aiutano per i piazzati e gli speciali.

“Per il controllo – dice Francesco – io lavoro su una grandMA2 Light. È un lavoro impegnativo anche da montare, perché sono tutti pezzi speciali, e non si vede davvero né un cavo né un faro! Ci vuole molto tempo ed attenzione e sempre con l’ansia delle gelatine che potrebbero bruciarsi! Serve una manutenzione attenta, ma il risultato è spettacolare.

“Tutta l’atmosfera dei vari locali in cui si svolge la vicenda – la casa, l’ospedale eccetera – è ricreata solo con il fondale e le luci, l’unico elemento scenografico che cambia è un tavolino. La cosa particolare sono le sfumature dei fondali, davvero bellissime e continue, create in stretta collaborazione da Valerio con il regista, un lavoro notevole per uno spettacolo toccante ed emozionante”.

Lo spettacolo

Per chi si aspetta una spensierata serata di leggero teatro musicale che, prima della pizza, restituisce un bel “e vissero felici e contenti”... possiamo, magari, suggerire Pinocchio. Nonostante sia pieno di simpatiche battute, in particolare nelle prime scene del primo atto, Next to Normal diventa progressivamente più drammatico, verso una fine irrisolta e melanconica. Però, più i momenti di umore diventano sparsi, più lo spettatore viene assorto.

Le performance dei sei interpreti sono notevoli; eccezionali quelle di Francesca Taverni, nel ruolo della protagonista Diana Goodman, e di Luca Giacomelli Ferrarini, nel ruolo di Gabe, il figlio cresciuto solo nella testa della mamma. La musica pop/rock funziona in modo inquietante con la storia che si svolge e alcuni dei numeri richiamano dei testi dai classici del rock ma, alla fine, l’impatto a lungo termine dello spettacolo, almeno per me, è il messaggio nella trama.

Per quanto riguarda la scenografia e le luci, i colori del fondale dominano la scena. Il modo geniale di oscurare sezioni verticali o orizzontali del fondale dietro la struttura della scenografia offre una notevole varietà per una scena statica. L’illuminazione è anche diversificata sui diversi livelli della struttura, con la scena al livello del palco illuminata spesso in modo più tradizionale, con una bella porzione di frontali, mentre il secondo livello, dove succedono molte scene di monologo interno, ha un look quasi sempre più contrastato, illuminato dai tagli. Il livello superiore, invece, dove recita solo il personaggio di Gabe (il fantasma/allucinazione) spesso, ha un look puramente spettrale con drastiche ombre.

Due scene in particolare colpiscono, per quanto riguarda l’illuminazione. La prima è quella dell’ipnosi, unica occasione nella quale vengono impiegati i forti neon al bordo del palco. La seconda è il momento della terapia elettroconvulsivante di Diana, recitata in contemporanea con lo sballo in discoteca della figlia, Natalie (interpretata da Laura Adriani), puntualizzata dagli effetti stroboscopici dalle teste mobili in frontale.

Per quanto riguarda l’audio, dopo un timido inizio, con le voci forse troppo davanti alla musica (forse per assicurare l’intelligibilità), le cose si sono meglio bilanciate e la musica strumentale è stata più libera di avere il proprio giusto impatto. 

Complimenti al regista Iacomelli (che in questa data si è trovato anche sul palco al posto di Brian Boccuni, ad interpretare il ruolo dei due diversi psichiatri) e tutto il cast artistico, creativo e tecnico... se questa è la prima produzione di STM, aspetteremo grandi cose nel futuro.  

 

Prodotto da STM – Scuola Teatro Musicale
in collaborazione con Compagnia della Rancia
Cast artistico
Diana Francesca Taverni
Dan Antonello Angiolillo
Gabe Luca Giacomelli Ferrarini
Natalie Laura Adriani
Henry Renato Crudo
Dr. Fine/Dr. Madden Brian Boccuni
Cast creativo
Produttori Andrea Manara
Davide Ienco
Regia e adattamento Marco Iacomelli
Liriche e libretto italiani Andrea Ascari
Supervisione artistica Saverio Marconi
Supervisione musicale Simone Manfredini
Direzione musicale Riccardo Di Paola
Scene Gabriele Moreschi
Costumi Maria Carla Ricotti
Coreografie Gillian Bruce
Disegno luci Valerio Tiberi
Disegno audio Armando Vertullo
Regista collaboratore Francesco Marchesi
Prod. discografica e fonico di sala Donato Pepe
Operatore luci Francesco Vignati
Consulenza organizzativa Alessio Imberti
Comunicazione Sara Maccari
Communication designer Gaetano Cessati
Marketing Strategist Francesca Maletta
Aiuto Regia Costanza Filaroni
Oriana Gullone
Assistente alla regia Matteo Rumoro
Assistente ai costumi Gloria Fabbri
Maestro collaboratore casting Massimo Fiocchi Malaspina
Scene Studio Cromo S.N.C.
Alutek
Full Service Leader Sound Light Services
Marco Moccia
Video Stage Media
Fotografo Gaetano Cessati
Foto Casting Nadia Charif
Media Partner Musical.It

 

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