Workshop: Creare e produrre la colonna sonora - sesta parte

La tecnica: diario delle mie ultime due colonne sonore tra scoperte prevedibili e intuizioni provvidenziali.

di Stefano Lentini

La tecnica: diario delle mie ultime due colonne sonore tra scoperte prevedibili e intuizioni provvidenziali.

1) più la musica è analogica più c’è bisogno di un bel banco analogico

A volte quando ascolti dal tuo computer la registrazione di una bella chitarra ti chiedi se vale davvero la pena di andare in uno studio con un banco mixer SSL e Neve, o altro. Se quella chitarra l’hai registrata con un bel microfono, un preamplificatore di qualità e un convertitore serio allora la risposta potrebbe essere: “forse”. Ma se insieme a quella chitarra hai un pianoforte, un Wurlitzer, due elettriche alla ritmica, un basso, una batteria, un’orchestra d’archi ed una sezione di fiati, allora la risposta è: “sì”.

Eppure tutto è stato registrato alla grande, con Neumann, Geffell, AKG, Schoeps. Pre ottimi, convertitori Apogee. Allora perché?

Si chiama volgarmente effetto “imbuto” e ce l’hai dentro alla tua scheda audio (per quanto possa essere buona) nel momento in cui fai convogliare tutto il tuo mondo di suoni. Tante più tracce escono dall’output 1-2, tanto più il flusso diventerà stridente, aspro, poco profondo.

Poi improvvisamente se ciascuna delle tue tracce esce da un bel banco mixer sentirai una densità ed un profondità inaudita. Il mixaggio non è ancora iniziato ma tutto suonerà già molto meglio di prima. È ovvio, ovvio come il motivo per cui esistono gli studi di registrazione, ma allo stesso tempo, come tutte le cose ovvie di questo mondo, occorre non darle per scontate.

2) ci casco sempre, mi sto preoccupando del suono

E' una droga, una dannazione, un karma ed una archetipica sudditanza ritrovarsi alle prese con i suoni, con i compressori, gli eq, i convertitori, il sistema operativo, 96 kHz? ma la codifica dell’AIFF lo rende superiore del WAV? e suona più morbido il Massemburg? Ma soprattutto perché tutti usano Genelec? Dynaudio o Adam? Tweeter a nastro! Registriamo col Vari Speed? Eppure non lo devo dimenticare: una musica meravigliosa registrata male è m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-a, mentre una brutta musica registrata bene, come si dice a Roma, te la dai in faccia.

Occupiamoci della colona sonora allora. Che è quello che conta.

3) meglio un’orchestra di venti elementi buoni che una di cinquanta così e così

Ho registrato in tanti studi con tanti organici diversi, da quattro archi a cinquanta e passa elementi, ogni registrazione è un viaggio in un ambiente diverso, con musicisti diversi, suoni diversi. A partire dalla sala, dalla sua ampiezza, dal suo riverbero naturale, fino alla qualità degli strumenti: da strumenti di media qualità a pezzi rari d’epoca. Poi c’è il fonico che posiziona i microfoni in un certo modo, poi c’è l’orchestra che sta troppo vicino al vetro, o troppo vicina a i microfoni, o in uno spazio troppo piccolo, oppure al contrario ben messa. Infine, dulcis in fundo, i musicisti.

Avere tanti elementi a disposizione è un bene e un male. Un’orchestra grande può sbagliare di più, piccole stonature sono accolte dall’ensemble con un gradevole effetto chorus, le differenze si amalgamano meglio in positivo ed in negativo. Ci sono orchestre e orchestre, italiane, straniere, specializzate in colonne sonore, raffazzonate, sublimi. Non è una cosa nuova che parlare di orchestre è come parlare di voci. Quante voci esistono al mondo? La suddivisione tra i registri non basta certo a capirci qualcosa, forse esistono tante voci quanti sono gli abitanti della terra.

4) il direttore d’orchestra smaliziato e focalizzato

Prendere iniziative è sempre un valore in questo mestiere e trovare dei collaboratori validi in grado di risolvere problemi prima ancora che essi emergano è determinante. Durante le sessioni di registrazione d’orchestra il tempo è poco per definizione, la musica da registrare è tanta e la fretta non è una buona consigliera. Il direttore deve essere lucido e smaliziato, e soprattutto focalizzato su cosa stiamo facendo, dinamicamente, espressivamente. Due, tre indicazioni giuste fanno sì che l’esecuzione sarà efficace e fluida. Un direttore macchinoso renderà tutto più difficile, l’orchestra si spazientisce, l’esecuzione diventa fredda.

5) il fonico deve mettere bene i microfoni

Il primo giorno in cui restai da solo nello studio in cui feci la mia sporca gavetta di fonico, posizionai in sala ripresa quattordici microfoni, il meglio sul mercato: U87, C 12, C 414, e via altri che non ricordo. Via poi dentro ai pre del banco e poi, tutto flat, a registrare. Presi una sedia, la mia chitarra acustica e inizia così i miei primi esperimenti professionali. La delusione fu infinita quando tornato in regia mi accorsi di aver registrato su 14 piste un suono infimo e del tutto inespressivo. Per ben quattordici volte e con i migliori quattordici microfoni disponibili.

Insomma, qualcosa da rivedere c’era, nella posizione, nella distanza, nel livello di registrazione, dettagli senza i quali non aveva senso usare strumenti di qualità.

Lo studio di registrazione ci fa un po’ dimenticare cosa significa registrare in un ambiente gradevole e siamo portati a posizionare i microfoni come se esistessero delle regole prefissate di ottimizzazione del suono. È importante registrare lo strumento e non il suono, gli spot molto vicini ci mostrano dei dettagli che non sono esattamente quelli che ascoltiamo durante un concerto. Ma dipende: anche il pick-up di una chitarra elettrica in fondo è uno spot sul quale abbiamo costruito una cultura musicale. Dipende, dipende sempre.

6) le arcate in partitura sono importanti quasi come le note stesse

Se vado a registrare con un mio amico, un mio collaboratore, un mio alter ego, posso passare un’ora al telefono per spiegargli cosa voglio, come lo intendo, quale risultato mi attendo. Ma in studio a volte non c’è tempo per fare niente di tutto questo e bisogna essere rapidi come aquile nel farsi capire, non nel farsi dire di sì: nel farsi comprendere.

Il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache in una bella intervista ha detto una volta che il suo obiettivo non era quello di imporsi sui musicisti, bensì di riuscire a spiegare talmente bene cosa voleva da essere poi sostenuto per empatia nella sua scelta, di fare in modo che naturalmente tutti poi volessero la stessa cosa. Una scrittura musicale chiara, in parte può far questo, e quando il nostro pensiero musicale deve essere proiettato all’esterno attraverso le mani di musicisti che non conosciamo dobbiamo essere certi che possano attingere ad una fonte scritta il più rigorosa e dettagliata possibile. Un esempio: se in un passaggio i violini dovranno eseguire una parte esprimendo un’idea di freddezza glaciale, distacco, quasi una sospensione dal tempo, appurato che la musica sia stata scritta bene per descrivere questo, sarà più utile scrivere in partitura “alla tastiera” anzichè passare dieci minuti a spiegare il proprio concetto di “glaciale”.

7) sii comprensibile senza doverti spiegare

Questo vale nella fonia come nella composizione, non bisogna convincere nessuno. Se le cose funzionano, va da sé che non c’è bisogno di spiegazione. È il caso di “uso la sesta nell’accordo perché il titolo del film è di sei lettere”. In realtà quando si tratta di musica bisogna ritornare umili (e gloriosi) ascoltatori; esistono solo: il bello, il brutto. Un noto cantautore che ho incontrato in studio di recente si lamentava perché non voleva fare scelte ordinarie. Non so, mi sembrava un cortocircuito tra cuore e cervello. Credo che dovrebbe semplicemente fare quello che più gli piace: anche se il suo raffinato cervello lo spinge verso ricerche esoteriche, forse ri-sintonizzarsi col suo vero cuore pop risolverebbe il problema.

8) I Villagers, recensione di un concerto

Cosa c’entra la recensione di una band con le colonne sonore? Secondo me tutto. Perché le colonne sonore non sono solo orchestre, ma prima di tutto musica pura. Le orchestre megagalattiche dei film hollywoodiani funzionano quando dietro ci sono idee valide, contenuti solidi.

I Villagers non sono compositori di musica da film, ma sono altrettanto autorevoli nel loro genere. Iniziano il live con un quartetto a cappella accompagnato da soffici tocchi di chitarra e proseguono ammaliando con melodie generose e arrangiamenti solidi e millimetrici.

Una voce stupefacente guida ogni cosa e ti dice: “Hey! Non è la voce in sé, non è il tipo di microfono… è cosa canta!”.

 

 

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